Domenica 12 Luglio 2020
ComunicazioneTwitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi: l’ultima mossa di Dorsey nella lotta alla disinformazione

Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi: l'ultima mossa di Dorsey nella lotta alla disinformazione

Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi che diffondevano fake news e facevano propaganda: la mossa di Dorsey contro la disinformazione.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi: l'ultima mossa di Dorsey nella lotta alla disinformazione

Dorsey e il suo team sembrano volercela mettere tutta in queste settimane per dare un nuovo posizionamento alla piattaforma dei cinguettii ed è (anche) per questo che Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi accusati di fare disinformazione o, meglio, di diffondere una narrativa di regime. Non è la prima volta che accade qualcosa di simile – anzi, come chiarisce un post sul blog ufficiale, soprattutto per quanto riguarda la rete di account Twitter sospetti operanti dalla Cina l’indagine risale già al 2019 –, ma le presidenziali americane 2020 alle porte, le proteste di attivisti e simpatizzanti del Black Lives Matter che dalla morte di George Floyd infiammano le piazze americane (e non solo), l’ infodemia e il clima di disinformazione che hanno accompagnato l’emergenza coronavirus e, ancora, la recente querelle Trump vs piattaforme digitali fanno sembrare il tutto più che una semplice pulizia da bot e account fake come sui social, su tutti i social, ne avvengono spesso.

Sono oltre 170mila: perché Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi?

Più nel dettaglio, Twitter ha bloccato account fake russi, oltre 1100, tutti collegati a Current Policy, un sito noto per essere una sorta di house organ statale e per fare propaganda politica a favore della Russia Unita, partito storicamente pro Putin. Gli account silenziati avrebbero violato le policy della piattaforma facendo cross-posting e, più in generale, diffondendo contenuti controversi e che, non di rado, prendevano di mira i dissidenti.

L’operazione più massiva però è stata condotta nei confronti di un network di account fake cinesi: in totale oltre 170mila, tra un piccolo nucleo di profili Twitter direttamente ricollegabili al governo di Pechino e una cerchia più ampia di profili pensati per amplificarne il messaggio e falsare metriche sia numeriche e sia riguardanti engagement e conversioni, gli account twittavano perlopiù in lingua cinese e contenuti mirati a creare un clima di favore verso il Partito Comunista Cinese, criticare la situazione politica di Hong Kong, esprimere apprezzamento per la gestione dell’emergenza COVID-19 da parte di Pechino. Messaggi mirati a convincere e a influenzare l’opinione pubblica, insomma, ma meglio se domestica.

Qualcosa di simile a quello che facevano anche diversi account turchi, oltre 7.3mila, anch’essi silenziati da Twitter, impegnati in una vera e propria propaganda a favore dell’AKP, del governo turco e del presidente Erdogan. Molti profili sono stati associati, in questo caso, a membri dell’ala giovane del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e tra le altre attività controverse e violanti le policy di Twitter in cui sarebbero stati coinvolti ci sarebbero anche attività commerciali fraudolente, spamming, frodi tramite l’uso di criptovalute.

Così Twitter vuole difendere il discorso pubblico da propaganda e manipolazioni

Questa volta comunque, diversamente da quanto accaduto in altre occasioni simili, non solo Twitter ha bloccato account fake russi, cinesi e turchi ma ha anche creato un archivio degli stessi da condividere con istituzioni accademiche, come lo Stanford Internet Observatory, nell’intento di favorire la ricerca, a monte, e una migliore comprensione pubblica, a valle, del problema. Scandali come quello di Cambridge Analytica, del resto, non hanno fatto altro che portare prepotentemente alla luce mezzi (nuovi) e strategie (vecchie) con cui gli stati provano a interferire sulle elezioni, e sull’intera vita politica quindi, di paesi terzi. Succede da sempre e gli ambienti digitali sono solo un campo in più su cui poter combattere la guerra dell’informazione, anche grazie ad attori nuovi – come account fake appunto ma, anche, bot, troll, ecc. – coinvolti in campagne di disinformazione sempre politicamente e strategicamente mirate.

Tra gli imprenditori digitali, comunque, in primis Zuckerberg è impegnato proprio in questi giorni e per ragioni non molto diverse da quelle per cui Twitter ha bloccato account fake in massa a tenere a bada le richieste da parte dei dipendenti Facebook in sciopero di una gestione «più morale» della piattaforma. Più degli altri imprenditori digitali, però, Dorsey sembra preoccupato «di tenere lontana la propria azienda dal dare qualsiasi tipo di supporto alle fake news», scrive Forbes. Non è passato molto tempo, del resto, da quando sono stati segnalati e oscurati per la prima volta due tweet del presidente Trump che fornivano informazioni «fuorvianti» sulle operazioni di voto e sui fatti di Minneapolis.

Durante la pandemia, inoltre, il team di Dorsey ha sfruttato più massivamente strumenti e gruppi di fact-checker a propria disposizione per scoraggiare la condivisione di bufale mediche e altre notizie infondate e sono già pronte diverse policy per sponsorizzazioni e pubblicità elettorali per le presidenziali 2020. «Servire il dibattito pubblico» e «proteggerlo», si legge ancora sul blog ufficiale di Twitter, sono infatti le principali missioni che il social si è dato e in rispetto alle quali sembra aver sentito, ora, il dovere di fermare campagne sistemiche di disinformazione e manipolazione dell’opinione pubblica, da qualunque parte provengano. Un sorta di brand activism , insomma, quello di Twitter che, come si accennava all’inizio, assomiglia piuttosto da vicino a un rebranding mirato a recuperare fiducia e fedeltà da parte degli iscritti, anche davanti a dati sull’utilizzo di Twitter rispetto agli altri social da anni sempre poco rosei.

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