Martedi 23 Luglio 2019
MacroambienteUsare i social media per studiare: perché non è una pratica solo da teenager

Usare i social media per studiare: perché non è una pratica solo da teenager

Quali sono i vantaggi dell'usare i social media per studiare? Dal coinvolgimento alla possibilità di incontrare esperti, qualche riflessione.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Usare i social media per studiare: perché non è una pratica solo da teenager

Mentre scuola digitale, formazione online e programmi di e-learning diventano una realtà sempre meno trascurabile, c’è chi non smette di chiedersi se non si possano addirittura usare i social media per studiare. L’abbondanza di piattaforme, anche verticali e tematiche, e l’uso quotidiano che la maggior parte di utenti ne fanno del resto sembrano suggerire che su Facebook e co. si possa fare molto di più che condividere foto delle vacanze, seguire star e influencer, lasciarsi ispirare o cercare idee per lo shopping, ecc.

Gen Z e post-Millennial: come studiano i giovanissimi

Beyond Millennials. The Next Generation of Learners”, un’indagine di Pearson su Gen Z e formazione, fornisce degli insight interessanti in questo senso. A partire da un dato di fatto: com’è stato sottolineato in più occasioni, i giovanissimi di oggi reputano fondamentale l’istruzione, tanto che almeno un quarto del campione di questa stessa indagine pensa non sia possibile raggiungere path e risultati di carriera soddisfacenti senza passare dal college. È come studiano a essere, almeno in parte, diverso rispetto alle generazioni precedenti, compresa quella dei Millennial. Anche in questo caso, forse, l’aggettivo più adatto è liquido: nativi digitali, e per questo abituati a non fare alcuna differenza tra on e offline, anche quando si tratta di imparare passano senza soluzione di continuità dai libri di carta ai device mobili, senza avere un supporto preferito rispetto agli altri e profondamente convinti, però, che gli ambienti digitali e le pratiche che sono tipiche al loro interno trasformeranno presto i percorsi di formazione; quasi il 60% di chi ha partecipato alla ricerca Pearson si è detto d’accordo, infatti, con l’affermazione che la tecnologia cambierà in futuro il modo in cui si impara al college. Se si chiede loro di individuare modelli di riferimento per quanto riguarda formazione e istruzione, gli appartenenti alla Gen Z non sembrano avere dubbi: insegnanti e docenti ma anche genitori, pari, mentor e persone con cui hanno un rapporto face to face. Se le attività analogiche e di gruppo sembrano per loro irrinunciabili – così almeno ha detto il 57% degli intervistati –, l’aspetto curioso è che questi giovanissimi non disdegnano neanche social media come YouTube quando si tratta di imparare: è uno di quelli su cui passano più tempo durante la giornata e che utilizzano in maniera multiscopo, anche quando si tratta appunto di approfondire temi e argomenti del proprio percorso di studio, tanto che almeno il 55% del campione riconosce al social di casa Google un certo ruolo nella propria formazione e che quasi il 60% lo considera addirittura il metodo d’apprendimento preferito.

Usare i social media per studiare: piattaforme e pratiche

Come, però, si possono davvero usare i social media per studiare e quali sono i vantaggi? Basta fare un giro per i più comuni playstore per accorgersi dell’infinita quantità di app, con annesse community di iscritti, che permettono di condividere appunti, testare le proprie conoscenze rispetto a un certo programma di studio, persino valutare e recensire corsi o docenti. In chiave formativo-educativa è stata rivisitata persino una piattaforma lanciata qualche anno fa con la missione di allungare la memoria del web social (così recitava il payoff). Su Known originariamente si potevano condividere contenuti, multimediali e non, con la certezza che venissero salvati con backup automatici e periodici: una proposta di valore forse troppo generica e che nulla aggiungeva a quella della maggior parte dei competitor, ragione per cui non sorprende la decisione di trasformarlo in un ambiente di lavoro collaborativo, sul modello wiki, e all’interno del quale si possono condividere documenti, assegnare compiti e task, gestire gruppi di lavoro, fare operazioni di peer review, ecc. Anche Quora si presenta già nelle premesse come il posto in cui si acquisisce e si condivide la conoscenza: i suoi iscritti, infatti, possono porre domande su qualsiasi argomento, ricevere le risposte della community e partecipare all’eventuale dibattito che ne segue, in una costruzione del sapere che è letteralmente condivisa. Esperimenti come questo e come il più datato Yahoo Answers funzionano solo in virtù della tanta decantata intelligenza collettiva e del fatto che in Rete è facile trovare expertise massime anche sugli argomenti più di nicchia: chi stia studiando, in altre parole, gli indici di incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili nelle mete di turismo sessuale per esempio è più probabile che trovi fonti, dati e possibilità di fare network con altri specialisti della materia in Rete che negli ambienti analogici e, d’altro canto, il rischio di imbattersi in informazioni poco corrette, non veritiere o manipolate è mitigato da un controllo continuo da parte della community. A metà tra l’analogico e il digitale sono, invece, esperimenti come quello di FoodnWords: se è risaputo, infatti, che il modo migliore per imparare una lingua è parlarla con un madrelingua, meglio se davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino, gli eventi informali organizzati per la community di iscritti a FoodnWords servono proprio a questo, a riunire fisicamente persone che vogliono imparare o ripassare una lingua e farlo divertendosi e passando del tempo in compagnia.

Non è detto, però, che usare i social network per studiare significhi sempre svilupparne alcuni ad hoc. Anche strumenti e funzionalità nativi di piattaforme come Facebook e Twitter possono essere sfruttati per l’apprendimento o per arricchire i percorsi educativo-formativi, non solo in ambito scolastico o universitario ma anche per quanto riguarda per esempio la formazione aziendale. Si possono creare gruppi su Facebook che simulino classi virtuali – una soluzione già molto praticata soprattutto nella didattica telematica – e all’interno dei quali si possono assegnare compiti ai partecipanti, condividere risorse, imbastire discussioni e approfondimenti. Qualche corso universitario utilizza i chatbot non solo per fornire informazioni logistiche agli studenti, ma anche per aiutarli ad approfondire aspetti poco chiari della materia, per esempio. Per lo stesso scopo si potrebbe pensare, però, di utilizzare un hashtag personalizzato che gli alunni possano sfruttare sui social anche per esprimere loro considerazioni rispetto agli argomenti trattati di volta in volta durante le lezioni o per imbastire riflessioni più generiche sulle materie di studio.

Usare i social media per studiare, in altre parole, rende più coinvolgente il processo di apprendimento e in qualche caso può significare introdurre una componente di gioco che aumenta persino la memorabilità dei concetti e, a valle, può migliorare le performance stesse dello studente. C’è chi ha sottolineato, poi, che un uso didattico dei social aiuta chi è alle prime armi a confrontarsi con il processo di ricerca e con la verifica delle fonti. Senza contare, infine, che le possibilità di fare rete con altri esperti dell’argomento, pur e specie se di nicchia, sono notevolmente ampliate negli ambienti digitali e che, proprio per questo, il passo dall’imparare coi social media allo sfruttare i vantaggi del social learning è presto compiuto.

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