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Usare Wikipedia per l’apprendimento: come e perché

Usare Wikipedia per l'apprendimento e per imparare come gestire le fonti? Ne abbiamo parlato con Manolo Farci dell'Università di Urbino.

Usare Wikipedia per l’apprendimento: come e perché

Quando nel 2001 Jimmy Wales fondò “l’Enciclopedia libera” non poteva immaginare certo che solo quattro anni dopo, nel 2005, uno studio di “Nature” riconoscesse a Wikipedia la stessa affidabilità dell’Enciclopedia Britannica. Centosessantadue problemi, tra gravi mistificazioni di concetti di base e meno importanti omissioni o imperfezioni, contro centoventitré: uno scarto irrilevante se si considera che da un lato c’erano una creatura e un modello completamente nuovi basati sulla collaborazione degli utenti in Rete e dall’altro uno dei più accreditati giganti del sapere. Tutte le volte che ci si interroga sull’opportunità di usare Wikipedia per l’apprendimento, così, sarebbe utile partire da qui e dall’idea che essa «va considerata affidabile esattamente al pari di qualsiasi altra fonte offline e online», come sottolinea in un’intervista ai nostri microfoni Manolo Farci, Research Fellow presso il Dipartimento di Comunicazione dell’Università di Urbino.

Così il modello Wikipedia spaventa il mondo accedemico

Se c’è una ragione per cui la frase l’ho letto su Wikipedia” è diventata nel tempo il mantra più amato dagli studenti e quello più guardato di sottecchi da un certo mondo accademico, insomma, c’è una ragione più profonda che va oltre i (legittimi) dubbi sulla sua affidabilità come fonte. In altre parole, non è tanto la veridicità delle informazioni contenute nelle sue voci, quanto il modello di Wikipedia che mette in crisi il tradizionale mondo accademico, dell’apprendimento e, più in generale, dell’informazione. «Il suo meccanismo collaborativo e apparentemente anonimo fa scomparire, infatti, tutte quelle tradizionali figure di intermediari, scrittori, esperti, giornalisti, che storicamente hanno avuto la funzione di certificare l’autorevolezza e validità di un contenuto. La logica di disintermediazione amatoriale promossa dalla piattaforma spaventa, così, tutti coloro che difendono il ruolo e l’importanza riconosciuta degli operatori professionisti», continua l’esperto.

Usare Wikipedia per l’apprendimento: le masse intelligenti, che masse non sono

È il risvolto della medaglia di quella che, in questi anni, è stata tanta ed entusiasta narrativa sulle smart mob: i gruppi intelligenti – ma anche connessi – in grado di organizzarsi in vista di un obiettivo finale, collettivo, di pubblica utilità. Smart mob a cui, se da un lato è stata demandata la costruzione delle smart city e delle smart society del futuro, l’establishment non può che guardare con un certo sospetto. Quando si resta nel solco della formazione e delle opportunità che provengono dall’usare Wikipedia per l’apprendimento, comunque «le cose sono più complesse di così. È da ingenui immaginare, infatti, che Wikipedia si possa reggere esclusivamente su una presunta saggezza della folla anonima – ci spiega ancora Manolo Farci – e non solo perché la piattaforma è gestita da un gruppo di amministratori che lavorano come veri e propri revisori e si occupano di monitorare i contenuti creati dagli altri utenti, ma anche perché a contribuire alla realizzazione degli articoli sono quasi sempre specialisti nei loro specifici settori di competenza». Il modello sembra l’applicazione perfetta, insomma, di quello che Clay Shirky, uno dei più rilevanti guru della cultura digitale, ha indicato con la fortunata formula del surplus cognitivo e che si basa, di fatto, sulla straordinaria semplicità con cui in Rete si trovano esperti di qualsiasi campo del sapere umano.

Gli scandali su Wikipedia e perché il suo modello è quello di una struttura complessa

Perché questo alto grado di expertise non è riuscita, allora, a tenere l’Enciclopedia libera a riparo da alcuni noti scandali, responsabili almeno in parte di tanto scetticismo quando si tratta di usare Wikipedia per l’apprendimento? Sono scandali di voci inventate di sana pianta per esempio, come nel caso di Jar’Edo Wens, una presunta divinità venerata dagli aborigeni australiani, creata per scherzo da un anonimo utente australiano e rimasta online per nove anni. O di esperimenti come quelli di Daniele Virgillito, uno scrittore freelance che ha raccontato su “Wired” di aver ingannato a più riprese Wikipedia: la prima volta quando, nel maggio del 2009, in occasione della morte di un noto ex sacerdote e politico, inserì una sua – ovviamente falsa – citazione, sulla voce di Wikipedia, che venne immediatamente ripresa da testate online, giornalisti, personaggi famosi, persino dall’allora sindaco di Milano durante un discorso ufficiale. Sono tutti «episodi pittoreschi, ottimi per condire notizie di giornali – sottolinea, però, ancora Manolo Farci – che non inficiano in alcun modo l’importanza del modello della produzione collaborativa di conoscenza online su cui si regge Wikipedia».

Modello che, è stato sottolineato a più riprese, imita logiche valide anche fuori dalla Rete e che hanno a che vedere, nella maggior parte dei casi, con la teoria della complessità (che, in breve, prova a studiare il comportamento dei sistemi dinamici, ndr). In pratica? «Nonostante su Wikipedia non esistano quasi strutture formali riconosciute, le persone tenderanno naturalmente a ricavarsi un proprio ruolo preciso di collaborazione all’interno della piattaforma, dalla leadership all’organizzazione, sino al compito di controllo e verifica della correttezza dei contenuti postati. È quello che, altrove, viene spiegato con il concetto di emergenza e cioè la caratteristica propria dei sistemi di auto-organizzarsi per evolvere secondo traiettorie totalmente indipendenti rispetto alla semplice somma dei singoli comportamenti umani. Wikipedia dunque è qualcosa di più degli individui che ne fanno parte. Per questo, il gesto del singolo che diffonde volutamente bufale o del politico che usa il sistema per farsi pubblicità sui media ricopre un peso molto relativo», continua.

Soprattutto, però, se l’obiettivo è usare Wikipedia per l’apprendimento, bisognerebbe concentrasi su altro: «la maggior parte di noi, infatti, consulta Wikipedia continuamente, eppure la parte più bella della piattaforma è quella meno visibile, a cui probabilmente diamo molta meno attenzione. Sono le pagine e pagine di discussioni tra utenti, spesso accese, ma sempre stimolanti, che ci sono dietro a molte voci e che hanno un ruolo centrale nel determinare la qualità della stesura dei contenuti, in termini di obiettività e accuratezza». Leggerne una, insomma, potrebbe insegnare molto su come il “modello Wiki” contribuisca a una costruzione collettiva, neutrale, libera (questi i principi enunciati fin dall’inizio da Jimmy Wales nel manifesto della sua creatura, ndr) del sapere e, di conseguenza, su come usare Wikipedia per l’apprendimento.

Usare Wikipedia per l’apprendimento anche in campo universitario, insomma, è davvero possibile? O ha cambiato, per esempio, il modo di fare ricerca?

C’è una specie di ammonimento comune che ogni docente universitario rivolge ormai allo studente che si accinge a scrivere la sua tesi di laurea: “Mi raccomando, non usare Wikipedia come fonte!”. È un avvertimento legittimo, ma che in realtà non coglie in nessuno modo la sfida in termini educativi che le risorse digitali offrono oggi ai ragazzi.

Molti docenti, infatti, si lamentano della scarsa qualità dei lavori presentati dagli studenti, della loro incapacità di fare ricerche bibliografiche o citare in modo accurato oppure della loro tendenza ad affidarsi in maniera cieca ed esclusiva alle fonti online, arrivando spesso al plagio. Se però gli studenti appaiono così disinteressati a questo schema di studio e ricerca, è davvero solo ed esclusivamente colpa loro? Se obiettivo dell’insegnamento è preparare gli studenti a lavorare in un ambiente sempre più tecnologicamente sofisticato, cosa può offrire un modello di apprendimento che misura la qualità di una tesi di laurea esclusivamente nei termini di un vetusto “prodotto libro”? A chi serve davvero?

La sfida è, allora, quella di sperimentare nuovi approcci formativi che promuovano la ricerca di gruppo, la scrittura collaborativa e partecipativa, le logiche conversazionali e la capacità di negoziazione all’interno delle comunità di discorso. Oltre che fornire conoscenze e competenza disciplinari, un’università dovrebbe insegnare ai ragazzi ad essere “net smart” – per utilizzare la felice espressione coniata da Howard Rheingold – ossia a modulare la propria capacità di apprendimento e riflessione in maniera critica e flessibile, sfruttando le potenzialità della Rete, invece di lasciarsene travolgere. Saper usare Wikipedia è sicuramente un modo per coltivare questa intelligenza di Rete. Molti casi di studio hanno dimostrato che lavorare in modo collaborativo alla redazione di voci su Wikipedia produce effetti positivi nei meccanismi di apprendimento scolastico, in quanto stimola competenza tecnologica e interesse verso le caratteristiche strutturali della piattaforma, promuove modalità di “lavoro molecolare”, in cui ognuno offre piccole modifiche che in modo incrementale contribuiscono alla creazione di un contenuto complesso, stimola il senso di appartenenza ad una comunità di pratica in cui non esistono gerarchie precostituite o particolari filtri di accesso.

Per questo, invece di demonizzare Wikipedia, occorre considerare le opportunità del modello Wiki nel potenziamento delle forme di apprendimento collaborativo soprattutto in ambito scolastico. Si pensi che, grazie al progetto Wiki Education Foundation, negli Stati Uniti più di 14mila studenti hanno creato o modificato degli articoli di Wikipedia.

Dalla teoria alla pratica: con #WikiTim gli universitari italiani imparano a usare Wikipedia per l’apprendimento

Un’idea, quella di coinvolgere gli studenti nella stesura di voci di Wikipedia, che anche se a ritmi meno sostenuti sembra cominciare a prendere piede anche in Italia. Dalla scorsa primavera, infatti, numerosi atenei hanno preso parte a #WikiTim, la prima iniziativa a livello europeo in cui un’azienda e una Università collaborano con Wikimedia Italia per la stesura di voci su argomenti tematici (è successo con sei nuove voci su cultura tecnologica e digitale redatte dagli studenti dell’Università di Urbino, dodici realizzate dal Politecnico di Milano su cartografia e mappig e sette realizzate, ultime in ordine di tempo, dalla Luiss di Roma su temi come brand identity, crisi d’impresa e transazione fiscale, ndr). I risultati? Sono stati più che positivi: «in anni di insegnamento non ho mai visto così tanto entusiasmo, così tanta voglia di mettersi in gioco per un compito non certo facile e, diciamocelo, alle volte noioso, come quello della scrittura scientifica – ci racconta, infatti, Manolo Farci che ha curato con Giovanni Boccia Artieri la puntata urbinate di #WikiTim – e credo che il motivo principale dell’interesse mostrato dagli studenti sia da ricercare nella profonda consapevolezza di scrivere per un pubblico potenzialmente enorme che probabilmente leggerà, userà o lavorerà per migliorare quello che hai scritto. Sapere che il tuo lavoro potrà essere utile alla comunità è il modo migliore per aumentare interesse e impegno individuale. Per questo, quando ti avventuri nel mondo di Wikipedia, quando inizi a capire i meccanismi di funzionamento interni e lo sforzo di lavoro editoriale che c’è dietro, prendi coscienza che ti trovi di fronte a una opportunità unica, che nessuna altra modalità di apprendimento potrà mai offrire ai tuoi studenti».

Wikipedia vs fake news

Non solo collaborazione e condivisione però: usare Wikipedia per l’apprendimento significa anche familiarizzare con concetti più tecnici come l’attribuzione e la verifica delle fonti. Meccanismi che, a guardarli bene e a guardare bene il complesso ecosistema dell’informazione digitale in cui viviamo immersi, potrebbero servire anche al di fuori del mero processo di scrittura scientifica o accademica. Non a caso, proprio a proposito, il fondatore di Wikipedia ha da poco dato vita anche Wikitribune, portale che, sfruttando principio della collaborazione diretta tra giornalisti di professione e cittadini, dovrebbe smascherare le fake news, portando quindi ad usare Wikipedia per l’apprendimento senza correre il rischio di incappare in bufale.

Imparare quando fidarsi e quando non di cosa è scritto su una voce di Wikipedia: cosa insegna, più in generale, quanto a fake news, post-verità, fatti alternativi?

È semplice, prendiamo un progetto come #WikiTim: ci ha insegnato che i principi di “neutralità” o “obiettività” su cui si fonda la filosofia della piattaforma rendono la verifica delle fonti la principale fonte di preoccupazione del modello di scrittura collaborativa online. Si può anche scrivere una voce in modo generico o approssimativo, ma non si può assolutamente scrivere nulla che non sia strettamente collegato a una o più fonti. Queste fonti, inoltre, debbono poter essere considerate autorevoli: si può citare, per esempio, una rivista scientifica online i cui lavori siano stati sottoposti a una preventiva peer-review, ma non si può assolutamente inserire tra le fonti articoli presi da blog personali o siti qualsiasi. In epoca di fake news, questo è un principio fondamentale. Basti pensare che recentemente la stessa Wikipedia ha deciso di non citare più il Daily Mail come fonte per i propri articoli. Quello che scrivono gli utenti su Wikipedia, dunque, non è mai frutto delle loro opinioni personali e se lo fosse verrebbe prontamente segnalato. Per questo su Wikipedia difficilmente si accetterà che a scrivere la voce sul “negazionismo” sia un negazionista, ma si cercherà comunque di riportare il pensiero dei negazionisti, citando fonti e dati. La pluralità delle voci, anche quelle più scomode che non ci piacciono, è il primo principio da salvaguardare. I media mainstream sembrano mostrare la stessa preoccupazione per la tutela di tale principio?


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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