Big data ed etica: verso un uso più consapevole dei dati personali

È possibile parlare di etica dei big data? Alcuni strumenti provano a riequilibrare il rapporto tra chi produce e chi utilizza dati personali

Big data ed etica: verso un uso più consapevole dei dati personali

Che cosa sono i big data? Con questo termine s’intende descrivere una raccolta di dati estesa che richiede metodi e tecnologie adatte all’estrazione e all’analisi delle informazioni. Nel 2012, allora, il New York Times ha denominato una delle più importanti rivoluzioni sociali degli ultimi tempi per l’intera umanità come “era dei big data“. Ogni anno un singolo utente della Rete produce 3 GB di dati personali. Queste informazioni possono indubbiamente creare un enorme avanzamento della società e soprattutto della conoscenza, ma c’è bisogno di una regolamentazione, di un’etica.

L’ETICA DEI BIG DATA

Con etica dei big data si intende l’insieme dei principi di alto livello da riconoscere come sistemi capaci di governare i flussi di dati nella nostra società informazionale e che dovrebbero costituire una cornice di riferimento comportamentale nell’applicazione di tali sistemi.

  • Un nuovo concetto di privacy

Prima di tutto bisogna riconoscere la privacy come un fattore primario tra le regole dell’informazione. Secondo molti esperti di comunicazione è morta o morente, ma non è così: la privacy si sta evolvendo insieme alla comunicazione e alla società. Con l’evoluzione degli strumenti di raccolta, analisi, utilizzo e conversione dei big data insieme ai nuovi sistemi di sorveglianza, per privacy s’intende la capacità di gestire il flusso d’informazioni riservate che finisce per essere analizzato da terzi. Le informazioni private possono rimanere tali anche dopo essere state condivise: capita sempre più spesso di condividere con le app del proprio smartphone delle informazioni confidenziali come quelle bancarie, ma anche contatti e GPS. La condivisione di questi dati non implica, però, l’utilizzo e il trasferimento d’informazioni da parte dei gestori a terzi.

Ogni utente deve conoscere le regole di base per cui si raccolgono le informazioni che lo riguardano: l’individuo deve comprendere che questi dati vengono condivisi, conservati e trattati. Il problema nasce quando i dati passano a terzi inconsapevolmente o senza il consenso di chi li ha generati; bisogna fornire a tutti una visione trasparente dei vari passaggi che riguardano il trattamento delle informazioni personali.

  • Regolamentazione

I big data consentono alle organizzazioni di influenzare, consigliare e in alcuni casi prendere delle decisioni per gli individui. Questi sistemi devono essere regolamentati e valutati per stabilire la loro eticità.

CHE COSA SONO I ToS?  

Quando parliamo dei cosiddetti ToS (Terms of Services), facciamo riferimento all’insieme delle varie leggi nazionali e internazionali che, teoricamente, tutelano la nostra privacy e tutti i diritti fondamentali come ad esempio quelli riferiti alla libertà d’espressione.

Si tratta di un vero e proprio contratto: ogni qualvolta decidiamo di iscriverci a un servizio, per accedervi è necessario leggere i ToS e sottoscriverne i contenuti. Il continuo sviluppo dell’IoT e la diffusione sempre più capillare dei nuovi servizi connessi alla Rete, questi termini di servizio saranno presenti ovunque e considerando che solo una piccolissima percentuale di utenti li legge per intero, il resto cede inconsapevolmente alle aziende il quasi totale controllo sui loro dati. Un semplice post su Facebook, per esempio, può essere utilizzato da terze parti in molteplici modi: per analisi dei rischi, marketing, sicurezza, profilazione psicologica e comportamentale. È semplice constatare la situazione di svantaggio degli utenti rispetto agli algoritmi: è sufficiente scambiare qualche battuta con un contatto su Messenger per vedere comparire degli annunci correlati.

Con i tanti algoritmi e procedure che analizzano e trattano i nostri dati, spesso sconosciuti e inaccessibili agli utenti, le aziende riescono ad avere un vero e proprio uso esclusivo delle informazioni; i dati possono attraversare database, nazioni e ordinamenti giuridici differenti molto velocemente e così noi utenti perdiamo immediatamente la possibilità di comprendere in che modo questi vengono utilizzati. Per questo si parla da anni di una negoziabilità dell’algoritmo.

UBIQUITOUS COMMONS

Il sistema così come è adesso genera un rapporto squilibrato tra chi produce i dati e chi ne estrae valore, per questo l’obiettivo primario di Ubiquitous Commons è riequilibrare questo rapporto creando, grazie ad una serie di strumenti legali e tecnologici, nuove garanzie tramite cui utenti e comunità possano decidere come far utilizzare i loro dati. Tecnicamente si tratta di un protocollo P2P (peer-to-peer) in cui l’utente correla al dato una serie di meta-dati che specifica l’utilizzo che terze parti possono fare di quell’informazione. Per utilizzare questo protocollo, il requisito fondamentale è l’accesso alla rete P2P, da quel momento, poi, sarà la comunità a garantire agli utenti i propri diritti.

Il primo prototipo della rete (2015) è stato progettato appositamente per i social media e consiste in un plug-in per browser che capta tutti i contenuti generati dagli utenti sui principali servizi Internet, li cripta e in ultima fase li invia ad UC. Il tutto è radicato nella famosa BlockChain, la tecnologia P2P utilizzata dai BitCoin: la rete oltre a far funzionare il plug-in fornisce anche gli strumenti in grado di decrittografare i contenuti e la licenza. Chiunque voglia accedere a determinate informazioni e rendere leggibile il contenuto deve eseguire l’accesso alla rete; se il protocollo verificherà la regolarità della richiesta da parte dell’utente e la sua inclusione nella rete, allora renderà leggibile il contenuto.

L’obiettivo futuro è quello di includere nel protocollo Ubiquitous Commons altri sistemi come l’ecosistema dei dispositivi indossabili e quello dell’Internet of Things.


Giuseppe Petrellese
A cura di: Giuseppe Petrellese Autore Inside Marketing
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