campagna Rakuten
Domenica 09 Dicembre 2018
MacroambienteEsiste e, se sì, di cosa è fatto un web per bambini?

Esiste e, se sì, di cosa è fatto un web per bambini?

Quello che frequentiamo ogni giorno è un web per bambini? Ovvero, ambienti e piattaforme digitali hanno logiche e culture adatte ai più piccoli?


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
Esiste e, se sì, di cosa è fatto un web per bambini?

Già nel 2015, secondo uno studio Ofcom sulla dieta mediatica dei bambini, il tempo che i più piccoli passavano online era superiore a quello che trascorrevano davanti allo schermo della vecchia televisione: oltre 15 ore settimanali, contro appena 13 ore e 36 minuti. A distanza di due anni lo scenario non può che essere virato verso una maggiore dipendenza di adolescenti e pre-adolescenti dalle tecnologie e dagli ambienti digitali: anche se riferiti al solo panorama americano ci sono, infatti, studi che indicano in dieci anni l’età media a cui i bambini ricevono il primo smartphone e stimano in 4.5 ore il tempo che gli stessi passano attaccati allo schermo, se si escludono attività come messaggiare e fare o ricevere chiamate, e in un’ora l’intervallo di tempo massimo entro cui controllano notifiche e simili. Proprio perché è un ambiente in cui passano gran parte del loro tempo e dove finiscono per vivere esperienze formative e intessere relazioni, vale la pena chiedersi allora se quello che conosciamo è, o possa essere, un web a misura di bambini.

web per bambini tempo allo schermo

Fonte: Ofcom

Dal cyberbullismo alla violazione dei dati personali per scopi commerciali, passando per il revenge porn, che tanto hanno fatto discutere in questi anni, i rischi che provengono da social e altre piattaforme simili sembrano suggerire che no, il digitale non è ancora a prova di bambini. «Basta fare una constatazione pratica – suggerisce, infatti, in un’intervista ai nostri microfoni Simone Cosimi, giornalista e co-autore di “Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?” – e cioè che posti come questi non sono frutto di un progetto pedagogico o ludico o pensati per imparare. Sono ambienti di marketing spinto, in cui veniamo guidati alla pubblicazione di una serie di contenuti di carattere personale per poi ricevere in cambio pubblicità targettizzata. Tutto questo con l’educazione, il gioco, persino con l’imitazione che è uno dei canali attraverso cui i ragazzi imparano, non c’entra nulla».

Da un web per bambini a una versione per bambini del web

web per bambini Messenger Kids

Messenger Kids è la versione per under 13 di Facebook Messenger.

Una prova sarebbe la nascita, nel tempo, di una serie di «alternative children friendly, kid friendly» – così le definisce l’esperto – la cui esistenza, da sola, suggerisce come le piattaforme di riferimento possano non essere o non essere sempre posti a prova di bambini. Il riferimento è ovviamente anche a un esperimento come Messenger Kids, la versione per under 13 dell’applicazione di messaggistica istantanea di casa Facebook: un’app da scaricare direttamente su smartphone e tablet, che soddisfa l’esigenza delle famiglie di essere connesse sempre, ovunque e sfruttando un ambiente nativo in cui i grandi si trovano già e che permette soprattutto un più stretto controllo parentale sui contatti con cui i più piccoli possono intrattenere conversazioni, senza perdere però quegli aspetti ludici e divertenti che si sono dimostrati premianti quanto a user experience. Iniziative come queste sollevano numerosi dubbi: sulla raccolta di dati riguardanti i più piccoli, per esempio, esattamente come sulla loro esposizione agli annunci pubblicitari. Il team di Zuckerberg, nel caso in questione, sembra aver preso impegni concreti perché ciò non avvenga. La riflessione più ampia da fare, però, riguarda come – e se – policy e filosofie dei giganti del social networking abbiano contribuito nel tempo a creare un web che si possa dire, davvero, un web per bambini. Le premesse formali e teoriche ci sono: per restare nell’universo Facebook, per esempio, la real name policy che impedirebbe ai minori di 13 anni di aprire un profilo personale dovrebbe evitare proprio di esporre i più piccoli a logiche che non comprendono e non padroneggiano in tutto e per tutto. La facilità con cui anche gli under 13 riescono ad aprire sotto falso nome degli account e a gestirli indisturbati — secondo una ricerca inglese tre quarti dei bambini tra i 10 e i 12 anni avrebbe almeno un account social — per non contare la fuga verso piattaforme più giovanili nel design e nella fruizione, come Snapchat e non solo, sembrano dimostrare però l’inconsistenza all’atto pratico di politiche di questo tipo. Soprattutto se il contraltare sono meccanismi «che fanno leva sugli adulti figuriamoci sui bambini, come quelli della gamification. Rendere gli ambienti molto accattivanti, legarli a piccoli inganni psicologici di gratificazioni immediate, badge, distintivi, livelli personali d’esperienza, anche se poi nella maggior parte delle volte non danno diritto ad alcunché di concreto, lavora sulla nostra ansia di riconoscimento», continua Cosimi. E il sentirsi parte di un gruppo, si sa, è un bisogno primario per ogni adolescente.

Dal senso di appartenenza alla sicurezza dell’anonimato: perché il digitale piace a bambini e adolescenti

In quest’ottica non deve stupire il successo, tra gli utenti più giovani del web, di piattaforme come ask.fm o la più recente ThisCrush. La prima è uno spazio che premia l’interazione in forma di domande, in qualche caso anche molto personali, che chiunque può rivolgere a un altro iscritto chiamato a sua volta a rispondere nella maniera più onesta possibile. La seconda – come suggerisce lo stesso nome, in inglese, è un’espressione con cui si fa riferimento alle cotte passeggere – è una sorta di confessionale per problemi di cuore, primi innamoramenti, esperienze sessuali precoci. In entrambi i casi la formula del successo è il completo anonimato: ogni iscritto può scegliere nickname e avatar che lo rappresentino meglio, decidendo se e quando svelare la sua vera identità. A patto che valga davvero la pena continuare a fare una distinzione tra reale e virtuale quando si parla di web per bambini e fenomeni che avvengono al suo interno. Il celebre suicidio di Hannah Smith in seguito a insulti e inviti all’autolesionismo ricevuti su ask.fm e che spinse la politica inglese a prendere una posizione netta nei confronti del social, esattamente come i più recenti dubbi che piattaforme come queste vengano utilizzati da gruppi terroristici per adescare adepti, sono la dimostrazione più lampante che l’anonimato non riesce affatto a proteggere gli adolescenti ma è solo una delle tante identità tra cui, senza soluzione di continuità, sono chiamati a destreggiarsi. Ha vantaggi certi però: li aiuta a vivere meglio, più liberamente, fluidamente quasi e senza l’impaccio di un corpo una sessualità non ancora ben definita; crea un senso di complicità e appartenenza appunto e ancora premia un meccanismo di apprendimento e correzione tra pari, che è in molti frangenti più produttivo di approcci più paternalistici. «Come un martello può essere usato per appendere un quadro o fracassare la testa a qualcuno, Internet può essere usato insomma molto bene o molto male», commenta in un’intervista ai nostri microfoni Gianluigi Bonanomi, co-autore di “Prontuario per genitori di nativi digitali. Cento domande e risposte su tecnologia e genitorialità”. «La Rete e i social sono utili per comunicare, esprimersi, collaborare, condividere – continua – ed per questo che è piena di ragazzi che studiano, si divertono, giocano, discutono senza fare nulla di male e senza rischiare granché. Un esempio? CoderDojo, i club che insegnano la programmazione informatica ai più piccoli: del resto si dice che in futuro o programmerai o sarai programmato», continua. Di frangenti e modi in cui il digitale può essere utile per i bambini, del resto, ne esistono diversi, anche se spesso vengono troppo poco alla luce: si pensi alla possibilità di stringere, rafforzare, mantenere le amicizie anche al di là delle distanze geografiche, all’opportunità di venire a conoscenza di cause sociali a cui appassionarsi e di organizzare le proprie forme di partecipazione, passando per i casi in cui un’app installata sullo smartphone può addirittura aiutare il bambino o l’adolescente ad affrontare disagi psichici o emotivi.

Bambini e digitale, tra rischi e allarmismo

Di possibili pericoli che vengono dal web per i bambini invece si parla fin troppo spesso e, in qualche caso, il rischio è che la stessa eco mediatica generi allarmismi poco o per niente giustificati, com’è successo per esempio per la Tide Pod Challenge o per la Blue Whale Challenge. Un filone di studi ha provato, per esempio, a dimostrare gli effetti che i social network hanno sugli utenti, minori e non, da un punto di vista mentale, psicologico e non solo. Sono stati studi che, di volta in volta, hanno provare a legare il tempo passato connessi, davanti a uno schermo, con un maggiore senso di infelicità, una maggiore probabilità di essere vittima di depressione o suicidio o di sviluppare persino disturbi del sonno e dell’apprendimento. Il contraltare sono opinioni come quelle della psicologa Candice Odgers che ha spiegato come “Gli smartphone sono cattivi per alcuni adolescenti, non per tutti” (questo il titolo dell’articolo pubblicato su Nature, ndr) e, cioè, non creano dal nulla disagi o disturbi ma possono certo amplificare difficoltà e vulnerabilità già esistenti.

web per bambini effetti social

Secondo uno studio pubblicato da ‘Nature’, l’uso dei social media amplificherebbe disagi e difficoltà vissute in età adolescenziale.

Quando si parla di bambini e ambienti digitali, comunque, gli occhi sembrano essere puntati soprattutto sul cyberbullismo. Gli ultimi dati disponibili in riferimento al contesto italiano, quelli del dossier “Spett-attori del web”, hanno il pregio di rendere concreti atteggiamenti e paure che ruotano attorno a un fenomeno normato, ma non per questo compreso a fondo.

Per il 72% di 12-18enni la paura maggiore sarebbe legata alla diffusione di foto intime e video a sfondo sessuale; un giovane su quattro teme di essere ricattato per la pubblicazione di questo genere di contenuti su un social network o la diffusione attraverso piattaforme di instant messaging e oltre la metà degli adolescenti (59%) ha vissuto esperienze spiacevoli e negative durante la fruizione di una diretta streaming. Dati come questi, insomma, sembrano dare ragione a esperti come Bonanomi quando dicono che «bisogna parlare di privacy, sicurezza, dipendenza, abusi. Molti ragazzi stanno pubblicando contenuti di cui si pentiranno, soprattutto quando cercheranno un lavoro. Tanti altri stanno finendo nei guai con la giustizia perché condividono video e contenuti proibiti».

web per bambini cyberbullismo

Non solo competenza: un web per bambini richiede consapevolezza

«Nonostante i nostri figli, soprattutto quelli più piccoli, siano a loro agio con gli schermi perché sono nati in case piene di smartphone, tablet e schermi tattili di ogni tipo, non sono così competenti come crediamo. Usano facilmente, quasi naturalmente, questi strumenti, ma spesso mancano della cosiddetta digital fluency: hanno lacune su privacy, sicurezza, uso consapevole e così via», continua.  E a fargli eco è Simone Cosimi quando sottolinea che «competenza e consapevolezza sono due categorie ben diverse: i ragazzi spesso sono competenti, sanno fare tante cose molto meglio dei grandi, sono creativi, ma mancano appunto della consapevolezza, una categoria che alla componente tecnica unisce una visione di medio-lungo periodo, cioè il saper immaginare cosa potrebbe succedere. Non puoi conoscere i rischi derivanti dalla pessima guida di un’automobile, del resto, se non hai almeno delle competenze di fondo su alcuni aspetti tecnici di come funziona un’automobile: non ti poni il problema di mettere le catene nel bagagliaio o di cambiare l’olio per un viaggio di 500 chilometri se non sei mai salito in macchina o non hai mai aperto il cofano».

Genitori, istituzioni, big del digitale: una questione di responsabilità

Più difficile è rispondere alle domande: chi è responsabile della consapevolezza digitale dei più piccoli? O di chi è il compito di creare un web per bambini? Uno sforzo sinergico sembra indispensabile e non può che coinvolgere soggetti come famiglia, istituzioni, big del digitale.

web per bambini responsabilità

Di chi è, secondo i genitori americani, la responsabilità quanto all’uso che i più piccoli fanno degli smartphone. Fonte: Statista

Interessanti sono in questo senso le rivendicazioni che sono state fatte nel tempo nei confronti dei produttori dei device, tanto quanto sui gestori delle piattaforme. Un gruppo di shareholder di Apple, per esempio, nel gennaio del 2018 si è rivolta alla compagnia di Cupertino chiedendole un maggiore impegno nella ricerca e per lo sviluppo di misure e strumenti – di parental control, per esempio – che permettano ai genitori di meglio gestire l’utilizzo dei device da parte dei piccoli. Più di recente (nel marzo 2018, ndr) uno scandalo ha investito Facebook quando il completamento automatico nella barra di ricerca suggeriva contenuti violenti, riguardanti abusi su minori a chiunque digitasse la stringa “video di”: un errore presto corretto e per cui la compagnia si è prontamente scusata ma che ha certo allarmato quanto alla salubrità, per i più piccoli, di un ambiente di questo tipo. È in occasioni come queste che, con più prepotenza, si avverte la necessità di interventi chiari, di tipo normativo o regolatore. Non sono tanto interventi come quelli proposti da un politico conservatore inglese per imporre un limite legale allo screen time, cioè al tempo passato da bambini e adolescenti davanti allo schermo, «che è chiaramente un’incursione nella libertà di pensiero e d’opinione e nella libertà e nelle garanzie personali», commenta Simone Cosimi. Dovrebbe trattarsi di interventi che lavorano per «dare dei percorsi chiari, degli strumenti e dei perimetri precisi di responsabilità per chi fornisce questi servizi, oltre che su un fronte diverso come l’alfabetizzazione sia dei minori che degli adulti», continua.

Come si cresce genitori di nativi digitali

Gran parte dell’allarmismo che esiste sugli ambienti digitali e la loro frequentazione da parte dei bambini, del resto, potrebbe dipendere da una mancata – o incompleta – conoscenza da parte dei grandi del web e delle sue logiche. Una premessa, in questo senso, è necessaria: oggi ci sono sempre più  genitori Millennial che vivono social e ambienti digitali esattamente come i loro figli e che, quindi, sono perfettamente in grado di padroneggiare anche le grammatiche più giovanili. In tutti gli altri casi serve «sottoporsi a delle cure Ludovico, per dirlo all’Arancia Meccanica, e cioè delle vere e proprie immersioni in questi ambienti, anche a costo di capirne davvero molto poco all’inizio. In fondo è come una guerriglia: se non conosci il territorio dove si muove tuo figlio o il tuo studente, come pensi di poter prevenire quello che accadrà dopo?». Tanto più se si considera che, in non pochi casi, sono i genitori stessi a mettere a rischio, senza accorgersene, la reputazione e la privacy dei figli: lo fanno, per esempio, quando pubblicano su Facebook e co. foto e immagini dei più piccoli.

Serve uno sforzo personale, insomma, e può servire soprattutto una «navigazione familiare — così si è espresso Bonanomi — che dimostri come la tecnologia non è solo un motivo di scontro in famiglia, ma anche oggetto di condivisione e confronto. È la prima volta nella storia, del resto, che i genitori non sanno indicare la rotta ai figli. Anche se non competenti dal punto di vista tecnologico, però rimangono più maturi di loro dal punto di vista emotivo e morale, per questo dovrebbero aiutarli, affiancarli, trovare dei momenti, anche pochi minuti al giorno, per usare con loro questi strumenti, se non addirittura stilare delle regole di uso consapevole della tecnologia o per preservare sicurezza e privacy online. Solo se le regole sono condivise, e valgono per tutti, del resto funzionano. A casa mia abbiamo stabilito, per esempio, che durante la cena non si usa nessun apparecchio tecnologico: questo vale anche per me che sono un papà e vuol dire che non devo rispondere al telefono, anche se sono un libero professionista e il mio lavoro non ha orari; se lo faccio, mia figlia mi sgrida, e ha ragione. I figli ci chiedono coerenza».

Più concretamente, come si possono proteggere i bambini online? Fermo restando che anche l’utente adulto ha, in alcune occasioni, atteggiamenti che fanno tutto tranne che tenerlo al sicuro dal rischio cyberattacchi e che ciò che serve veramente è puntare a sviluppare delle soft skill e una buona cultura del digitale, ci sono dei consigli che gli esperti hanno dato nel tempo ai genitori dei nativi digitali. Il più importante di questo? Verificare, ma senza spiare. Significa sapere con esattezza cosa i propri figli fanno online, avere un’idea delle cerchie virtuali che frequentano, poter parlare il loro linguaggio, ma senza mai farli sentire controllati e sorvegliati in maniera diretta. Come in altri contesti, del resto, fiducia e buon esempio sono due punti cardine da cui partire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA E' vietata la ripubblicazione integrale dei contenuti

Articoli sull'argomento

×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

loading