Martedi 25 Giugno 2019

Filter bubble definizione

Filter bubble

L’espressione Filter bubble fa riferimento a una condizione di isolamento intellettuale che sarebbe conseguenza, oggi, dell’utilizzo di sistemi algoritmici in grado di filtrare le informazioni a disposizione degli utenti a partire dalle preferenze espresse in precedenza, dalle azioni già compiute in Rete, ecc.


Filter bubble: cosa sono e da cosa deriva l’espressione

La prima teorizzazione delle bolle di filtraggio risale al 2010, quando un attivista della Rete, Eli Pariser, definì filter bubble appunto «quell’ecosistema personalizzato dell’informazione creato dagli algoritmi». Da allora ne è passato di tempo e non è più un mistero che i giganti del digitale filtrino le informazioni e i contenuti proposti ai propri utenti per fare in modo che risultino quanto più possibile personalizzati e in linea con gli interessi individuali. Tanto che da più voci, e ripetutamente, è stato sottolineato come non esista una sola Internet ma esistano, in realtà, potenzialmente infinite versioni del web che corrispondono a gusti, opinioni, interessi dei singoli utenti. Più pragmaticamente c’è in letteratura un fenomeno, quello della splitinternet o della cyberbalkanization (o balcanizzazione di Internet, ndr), che fa riferimento proprio all’esistenza di diversi gruppi di individui con posizioni e credenze simili che vanno a formare delle community online facilmente individuabili e coerenti.

L’idea delle bolle filtrate in cui l’individuo rischia di rimanere isolato, comunque, non è in realtà nuova. C’è un’espressione che spesso viene utilizzata come sinonimo di filter bubble, echo chamber (o camere dell’eco, ndr), che era riferita originariamente ai media tradizionali come televisioni e giornali dal momento che questi, specie in un paese di editori spuri come l’Italia, raccoglievano già attorno a loro comunità di persone con una certa propensione politico-ideologica, finendo per creare di fatto, come fanno oggi gli ambienti digitali, delle bolle uniformi e quasi impenetrabili di pensiero. La differenza tra allora e ora è che i meccanismi grazie a cui si vengono a formare le filter bubble sono, oggi, molto meno evidenti. Se chi acquistava – e chi acquista ancora oggi – un giornale aveva ben chiara l’area politica o l’immaginario di riferimento, non tutti gli internauti sono consapevoli che la loro stessa esperienza in Rete è limitata, limitante e soggetta a forme diverse di filtraggio.

Come nascono e come funzionano le bolle di filtraggio: qualche esperimento

Le attività che hanno come conseguenza la formazione delle bolle di filtraggio, del resto, sono numerose e non sempre facilmente identificabili: la maggior parte dei siti web conserva cookies e dati di navigazione dei propri utenti in modo da offrire loro un’esperienza quanto più personalizzata possibile; lo stesso fanno i social grazie ad algoritmi – nella maggior parte dei casi non completamente resi noti – che tengono conto delle preferenze direttamente espresse dagli iscritti (like alle pagine, ecc.) o delle loro interazioni più frequenti e a chiunque sarà capitato di trovare consigli personalizzati in base agli acquisti già fatti o alle notizie già lette sugli eCommerce oppure sui siti di giornali e blog di informazione. Ci sarebbero, del resto, tre fasi che secondo Pariser portano alla formazione di una filter bubble: «prima scopri chi sono le persone e cosa piace loro. Poi offri loro contenuti e servizi che meglio si adattano alle loro esigenze. Alla fine sei sintonizzato sui loro gusti reali e, cioè, la tua identità ha dato forma alla mediasfera».

Fin da subito furono fatti esperimenti e prove che dimostrassero, effettivamente, l’esistenza in Rete di queste fantomatiche bolle. Lo stesso Pariser, per esempio, per dimostrare la sua teoria chiese a un gruppo di amici di cercare su Google la parola «Egitto» e di comunicargli i risultati ottenuti: sebbene ci fosse una certa somiglianza nelle SERP, in qualche caso venivano mostrati più risultati legati a quel complesso di rivolte conosciute come Primavera araba che stavano avvenendo nel Paese proprio in quel periodo e, con ogni probabilità, la maggiore ricorrenza era legata a una vicinanza ideologica dell’utente con questo tipo di argomenti. Quasi contemporaneamente, uno studio indipendente chiese a individui con un background differente di svolgere ancora una volta delle ricerche su Google – usando, per esempio, la stringa «Obamacare» – e confrontare i risultati ottenuti: in questo caso, però, le differenze nella restituzione dei risultati da parte del motore di ricerca sembrarono tutt’altro che significative.

Più che la forza dei soli algoritmi, insomma, sarebbe la tendenza degli individui a interagire in Rete, come nella vita reale, con chi abbia le stesse opinioni o propensioni a generare una sorta di isolamento ideologico. Secondo alcuni dati, per esempio, solo un amico di Facebook su quattro avrebbe idee politiche o gusti opposti ai propri: in questa prospettiva è facile capire perché si descrivano i social come ambienti confermativi e come questi possano rivelarsi spesso terreno di polarizzazioni ed estremizzazioni ideologiche.



Gli effetti delle filter bubble

Tra gli effetti indesiderabili delle filter bubble ci sarebbe del resto, come scrive ancora Pariser, la convinzione che «i nostri stessi interessi sono gli unici che esistono», cosa che ci terrebbe lontani da «nuove idee, temi, informazioni importanti». Le bolle di filtraggio, in altre parole, contribuirebbero ad abbassare la qualità dell’infosfera e, più in generale, a diffondere un’informazione limitata, parziale, tutto tranne che equilibrata e oggettiva. Ciò può avere effetti deleteri sul dibattito pubblico: ancora una volta è stato sottolineato a più voci come il fenomeno sia direttamente ricollegato alla polarizzazione e all’estremizzazione di posizioni e proposte politiche già di per sé oggi molto polarizzate. Questa sorta di auto-isolamento degli utenti potrebbe portare, tra l’altro, alla nascita di quelli a cui si fa riferimento come «ideological media». Se di implicazioni concrete sulla vita quotidiana e associata si parla, comunque, l’esistenza delle bolle di filtraggio avrebbe favorito persino la vittoria di Donald Trump all’ultima tornata presidenziale americana e, più in generale, l’ascesa di movimenti populistici e nazionalistici.

Ci sono, per finire, diverse implicazioni sulla privacy legate proprio alla raccolta di dati di navigazione e, più in generale, dati degli utenti per la personalizzazione dell’esperienza su un sito web, un social network, ecc., ma almeno su queste questioni le autorità competenti sembrano aver preso posizione nel frattempo con interventi ad hoc come la normativa sui cookies per esempio o con l’approvazione del GDPR.

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