Sabato 17 Novembre 2018

Hate speech definizione

Hate speech

Le legislazioni più all’avanguardia definiscono hate speech quell’insieme di comportamenti – verbali e non verbali – o atteggiamenti e gesti che incitano alla violenza o risultano discriminatori di un gruppo (o di un singolo appartenente a un gruppo) sulla base di principi etnico-razziali, politico-religiosi, di orientamento sessuale, ecc.


Che cos’è l’hate speech

Nel suo uso più comune, comunque, l’espressione «hate speech» fa riferimento a tutti quei comportamentiverbali soprattutto – violenti, minatori, poco rispettosi dell’altro e che creano un clima di ostilità e un ambiente più in generale poco favorevole alle minoranze, di qualsiasi tipo esse siano.

In un eccesso forse di categorizzazione, gli esperti distinguono due forme principali di hate speech. In qualche caso la minaccia non si spinge oltre la dimensione solo verbale; può essere, in una sorta di retaggio primordiale, una risposta a pericoli che provengono dall’ambiente e comporta trasformazioni nella voce, nei gesti, nella postura. In altre occasioni, invece, le intenzioni di chi fa hate speech prescindono il solo livello verbale e le minacce si possono fare anche fisiche e corporee.

Perché l’hate speech prolifera in Rete

Già così sembra chiaro, insomma, come l’hate speech sia un fenomeno più vecchio della Rete, nonostante quando si usa oggi questa espressione si faccia riferimento in realtà per lo più all’Internet hate speech (online hate speech, ndr). La possibilità di cadere nel discorso dell’odio, del resto, è da sempre un rischio concreto quando ci si confronta con gli altri all’interno di uno spazio pubblico, mediatizzato o non, o di dibattito pubblico.

Per diverse ragioni, comunque, gli ambienti digitali sembrerebbero più predisposti al proliferare di offese, toni esasperati e provocatori, atteggiamenti irrispettosi e discriminanti. Il primo, più tradizionale, incriminato è l’anonimato di questo tipo di ambienti: quando ci si nasconde dietro il nick e l’avatar di un profilo social, e se si è al protetto dietro i propri schermi, si avrebbero meno remore infatti nell’esprimere anche le posizioni più estreme e meno politically correct; già sui “vecchi” forum tematici del web 1.0, del resto, il cosiddetto flaming (ossia la pubblicazione di messaggi dai toni ostili e provocatori, ndr) era uno dei crucci dei moderatori. In parte gli utenti tendono a sottostimare, poi, gli effetti concreti che ciò che avviene in Rete può avere nella realtà: ammesso che le due categorie abbiano ancora senso di esistere separatamente, alcuni utenti non sembrano essere abbastanza consapevoli, cioè, del profilo di responsabilità posto in essere dal loro stesso stare in Rete, né sembrano dar peso al portato socio-psicologico che offese e insulti, anche se ricevuti sul web, possono avere sui destinatari. Esistono, pure, numerosi studi in questo senso: alcuni, incentrati sulle offese di stampo etnico-razziale, dimostrano per esempio come nel lungo periodo le minoranze tendano a riconoscersi nelle caratteristiche, seppur negative, che vengono attribuite loro. In un certo senso, infine, ci sarebbe persino un effetto di estremizzazione di gruppo che rende l’hate speech un fenomeno così diffuso sul web: quando si ha la certezza di rivolgersi ad audience selezionate come lo sono le proprie cerchie social o a utenti che condividono le proprie posizioni, si hanno ancora una volta meno remore a manifestare anche le posizioni più estreme e meno rispettose dell’altro, sicuri di godere della protezione della propria echo chamber.



L’hate speech tra iniziative digitali e normative ad hoc

In questa prospettiva è presto spiegato perché le piattaforme sembrano sempre più preoccupate di quanto l’hate speech incida sulla vivibilità e sulla salubrità degli ambienti digitali e perché, a più voci, è stato richiesto un impegno concreto e diretto in materia. Solo per fare un esempio, così, il suo team non si è solo seduto a tavoli internazionali che provavano ad affrontare la questione con un approccio multidisciplinare, per Facebook hate speech è sinonimo di cattiva esperienza utente e in questo senso vanno lette le diverse iniziative (community ad hoc, feature per silenziare utenti molesti, modifiche all’algoritmo, ecc.) intraprese in questi anni. Non solo per i giganti tech, comunque, combattere il discorso dell’odio fuori e dentro la Rete sembra essere ormai una issue prioritaria anche per i soggetti pubblici, come dimostrano le diverse iniziative no hate speech che, a diverso livello, si sono passate il testimone.

Nonostante attori ufficiali (come quelli che fanno capo alla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici – ICCPR, ndr) incitino i paesi a prendere una chiara posizione in materia, l’hate speech comunque non è ancora un fenomeno dai tratti legali chiari o per lo meno non lo è ovunque. Ci sono paesi – come l’Irlanda del Nord, il Canada, ecc. – che hanno norme ad hoc e sono norme che, di volta in volta, chiamano in causa il profilo della responsabilità civile, quello della responsabilità penale o entrambi. In altri paesi, nonostante le proposte e il forte dibattito pubblico in materia, non ci sono invece ancora leggi specifiche: questo non significa certo che l’hate speech rimanga impunito, ma a sopperire alla mancanza di un’adeguata legislazione ci sono principi più ampi, in qualche caso di tutela costituzionale, come l’ordine pubblico, il comune senso del pudore, i diritti fondamentali dell’individuo.

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