Martedì 27 Ottobre 2020
MacroambienteSecondo gli esperti linguisti è “cancel culture” la parola dell’anno 2019 (e, sì, è più controversa di quanto si immagini)

Secondo gli esperti linguisti è "cancel culture" la parola dell'anno 2019 (e, sì, è più controversa di quanto si immagini)

Per gli esperti del Macquarie Dictionary la parola dell'anno 2019 è "cancel culture": cosa significa e perché è controversa come espressione?


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Secondo gli esperti linguisti è

È stato lo Zeitgeist dei mesi appena passati e, forse, di tutto il tempo intercorso dagli albori del movimento #metoo a oggi: secondo il Macquarie Dictionary, così, la parola dell’anno 2019 è “cancel culture“. A che cosa si riferisce però davvero questa espressione? E perché e come abbiamo fatto nostra una cultura dell’oblio?

Cos’è e come funziona in atto la cancel culture

Va da sé che è lo stesso dizionario a fornire una definizione di cancel culture che ha a che vedere con «la pratica di non supportare più persone, soprattutto celebrità, o prodotti riconosciuti come inaccettabili o problematici».

Studi insinuano che un certo ingrediente finora usato in tutta tranquillità nell’industria dolciaria possa far male alla salute o all’ambiente? La soluzione migliore sembra di questi tempi non solo sostituirlo con altri ingredienti simili e più salutari ma, letteralmente, bannarlo prima ancora che si abbiano conferme rispetto alla sua reale pericolosità. Il tutto è decisamente più controverso quando la cosiddetta cancel culture riguarda le persone: di numerosi personaggi famosi, negli anni, si sono letteralmente perse le tracce dopo che erano stati coinvolti in scandali di diversa natura (economica, legata al consumo di droghe, sentimentale o sessuale e via di questo passo) e neanche negli ambienti di lavoro tradizionali è raro che qualcuno venga preso di mira per dichiarazioni controverse fatte in passato o per fatti altrettanto controversi in cui risulta essere o essere stato coinvolto, né che questo stesso essere presi di mira si trasformi in un vero e proprio boicottaggio.

La cancel culture può assumere, insomma, una serie di sfumature diverse che vanno dalla condanna all’oblio a vere e proprie forme di ostracismo e che sempre hanno un impatto non indifferente sulla reputazione, sull’immagine del brand , se i fatti sospetti riguardano un prodotto sul mercato o le operazioni di un’azienda oppure diversamente del singolo soggetto. A guardar bene, così, si potrebbe pensare che quello che si è fatto in questi anni è stato semplicemente trovare una formula orecchiabile e di facile memoria a un’attitudine che in realtà esiste da sempre.

Cancellare qualcuno o qualcosa che si reputa pericoloso per sé o per il proprio gruppo è, infatti, un meccanismo di difesa quasi innato, ricollegato al bisogno ancestrale di sicurezza (bisogno che, specie in America e in riferimento alla popolazione dei campus collegiali, è stato chiamato «safetyism») e, aspetto non secondario, all’abitudine a dividere il mondo in una perfetta dicotomia buoni vs cattivi.

Perché proprio cancel culture è la parola dell’anno 2019

Se esiste da sempre – e con ogni probabilità esisterà per sempre – perché allora cancel culture è stata scelta proprio come parola dell’anno 2019, battendo una triade di espressioni altrettanto attuali tra cui eco-anxiety (letteralmente “ansia legata all’emergenza climatica”, tra l’altro espressione – «climate emergency» – effettivamente nominata parola dell’anno 2019 ma dall’Oxford Dictionaries)?

Chi ricorda il famoso scandalo dell’olio di palma che costrinse l’intera industria dolciaria a bannare un ingrediente da sempre utilizzato nella produzione di biscotti, merendine e altra piccola pasticceria confezionata e un brand come Nutella a investire addirittura in un’intera campagna di comunicazione ad hoc per difendere la propria ricetta tradizionale dall’allarmismo rispetto all’uso dell’olio vegetale in questione, con ogni probabilità ricorderà come sia stata proprio quella l’origine di una sorta di climax ascendente.

La cultura dell’oblio forzato è un effetto del #MeToo?

A consacrare la cancel culture furono però lo scandalo Weinstein, il Movimento #metoo e gli effetti a catena che questi ebbero sul mondo dello spettacolo e non solo. La stessa carriera di Weinstein e le sorti della compagnia a suo nome subirono un momento di débacle dopo le accuse di abusi e violenze sessuali piovute sul produttore e prima ancora che si facesse in tempo ad arrivare a una verità processuale. Sorte simile toccò a Kevin Spacey: il protagonista di House of Cards fu accusato di aver aggredito sessualmente due ragazzi, uno dei quali all’epoca dei fatti minorenne, accusa a seguito della quale Netflix confermò la sua decisione di chiudere definitivamente la serie e rescindere il contratto dell’attore per le riprese dell’ultima ragione. E ancora lo stand-up comedian Louis Ck ha confermato le accuse di molestie sessuali avanzate da cinque donne che sostenevano si fosse masturbato in loro presenza e senza consenso, cosa che non ha potuto che rendere più macchinosa l’organizzazione del tour teatrale. Lunga è, infine, la querelle che ha visto negli anni impegnato Woody Allen – e i suoi avvocati – contro editori e case di distribuzione a causa di accordi e contratti già stipulati ma poi rotti a causa di nuove accuse ancora a sfondo sessuale: l’ultima in ordine di tempo è quella contro Amazon per la distribuzione di A rainy day in New York.

A questi esempi provenienti dal mondo cinematografico andrebbero aggiunti quelli di giornalisti licenziati in tronco dopo dichiarazioni controverse, di personaggi pubblici e di politici volutamente fatti cadere nel dimenticatoio perché portatori di idee o posizioni scomode o non più attuali o, persino, di personaggi dello spettacolo sistematicamente esclusi e ostracizzati da parte dei propri stessi colleghi in virtù di pregiudizi, a volte infondati, esistenti sulla propria persona (ben prima che la cultura dell’oblio diventasse parola dell’anno 2019 e una sorta di trend, nel mondo della musica italiana per esempio ci sono stati autori e cantanti vittime di un vero e proprio boicottaggio, con esito funesto sulle carriere, basato sulla credenza che portassero male, ndr).

No, la cultura dell’oblio non fa (sempre) bene

Se da un lato dipende da necessari – e vitali, verrebbe da aggiungere – meccanismi di autodifesa e si inquadra persino nell’ottica di una sempre maggiore attenzione al bene reputazione – di persone, cariche, aziende e via di questo passo – c’è chi ha sottolineato che la stessa cancel culture ha aspetti controversi e non sempre è davvero utile alla collettività. Cancellare o ignorare tutto ciò che non si gradisce, di cui si ha paura o che appare a propri occhi pericoloso o dannoso rischia di isolare l’individuo nella propria bolla filtrata e non educa al confronto dialettico con idee diverse dalle proprie. Di ciò si è detto convinto anche Obama che ha duramente condannato la call-out culture (espressione spesso usata come sinonimo di cancel culture), rivolgendosi soprattutto alle generazioni più giovani e a quello che avviene con una certa frequenza sui social network: ostracizzare un’idea, boicottare un brand o sovvertire provocatoriamente i messaggi di una marca, fare terra bruciata intorno a un movimento, un prodotto culturale non è davvero sempre sinonimo di impeccabilità morale o impegno politico.

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