Sabato 17 Novembre 2018
libri di Marketing e ComunicazioneFood marketing. Creare esperienze nel mondo dei foodies

Food marketing. Creare esperienze nel mondo dei foodies

In "Food marketing" Carlo Meo analizza i principali trend che hanno letteralmente sconvolto in questi anni il settore enogastronomico.

Food marketing. Creare esperienze nel mondo dei foodies
EDITOREHoepli
PUBBLICAZIONE2015
LINGUAItaliano
AUTORE
Carlo Meo
VALUTAZIONE
Recensione Inside Marketing

Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Chi sono i foodies e quali strategie di marketing rendono tutto ciò che è legato al cibo – meglio, al food – più d’appeal per loro? In “Food marketing. Creare esperienze nel mondo dei foodies” (edito da Hoepli), Carlo Meo sembra iniziare un’interessante riflessione su ciò che avvenuto nel mercato enogastronomico, italiano e non solo, in questi anni. Vale la pena sottolinearlo subito: il saggio è del 2015, riporta dati ed esperienze aggiornati al biennio precedente e chi abbia una certa familiarità con la materia si accorgerà subito che, nel frattempo, tante cose sono cambiate – e di molto – rispetto allo stesso quadro che viene fuori dal testo.

Una cosa, però, non è cambiata: da un lato ci sono dati che sottolineano come il mercato alimentare sia in crisi, dall’altro in ogni città continuano a nascere attività che hanno il food nell’anima. Il food, appunto, e non il cibo: c’è un’operazione strategica di riposizionamento dietro all’uso, sempre più frequente, che facciamo dell’anglicismo «food». Quello che il food marketing ha fatto è stato, cioè, trasformare un bisogno primario e naturale, come quello di mangiare, in un bisogno più evoluto: se andare a fare la spesa e portarsi a casa quel che serve per preparare un piatto veloce o un piatto della tradizione è boring and cheap (ossia percepito come noioso e da poveri, ndr), mangiare quello stesso piatto su un banchetto dello street food o in una bottega del cuore è diventata un’esperienza da immortalare e condividere sui social e non solo.

I foodies, del resto, sono proprio questo: persone che hanno interesse spiccato per tutto ciò che gira intono al mondo del cibo e che cercano esperienze, di volta in volta diverse, in questo campo.

Cosa è successo in questi anni nel mondo dei foodies italiani

Carlo Meo prova, così, a parlare direttamente a chi oggi opera in Italia nel settore della ristorazione e affini e a mostrare loro soluzioni possibili – dalla specializzazione di formule come la Braceria o la Polpetteria alla possibilità di assoldare chef famosi che aiutino a posizionare meglio la propria attività, passando per le opportunità offerte oggi dai ristoranti etnici e dalle sperimentazioni fusion – per attrarre, di più e più consapevolmente, questa tipologia di consumatori. Il risultato è un lungo elenco di casi di studio, dati di settore, best practice ma, anche e soprattutto, esempi da non imitare. Tutte cose di cui chi vuole trasformare la sua semplice attività enogastronomica in un’esperienza a prova di foodies può trovare, certo, utilissime. C’è il rischio di credere, però, che si possa fare tutto da sé e senza teoria, mentre a ben guardarla anche una strategia di food marketing non può fare a meno di un approccio quanto più olistico e ragionato possibile.

Ogni capitolo è, insomma, dedicato a un tema diverso: si parla di chef che stanno sempre più in TV e sempre meno in cucina, come di locali polifunzionali che di giorno fanno il pane e di notte servono cocktail alla moda e, ancora, di fast food, food delivery, GDO e certificazioni per i prodotti del territorio. Il rischio è di perdere il fuoco, quando l’intento nobile era invece capire verso dove si stava muovendo il mondo – e il mercato – dell’enogastronomia nostrana. Ancora una volta, l’essere stato scritto nel momento in cui il trend stava ancora nascendo e le esperienze nel campo erano multiformi e disorganizzate potrebbe rappresentare un’attenuante.

Fare food marketing all’italiana (che forse non funziona)

C’è una critica però che “Food marketing” sembra muovere alla specificità del mercato italiano e che a ben guardare, ora che quello stesso mercato appare certo più definito, potrebbe rappresentare un ottimo viatico di crescita. Quando parlano di cibo gli italiani sono provinciali: sono convinti di essere il popolo che sa mangiare meglio al mondo; per anni hanno puntato solo su tipicità e prodotti tradizionali, senza per altro creare per loro uno storytelling ad hoc; cosa ancora più critica, hanno affibbiato ai foodies del mondo le stesse, identiche caratteristiche di quelli italioti; hanno persino un’organizzazione – aziende a conduzione familiare, PMI, ecc. – che non è funzionale al mercato in questione e che rende ancora più difficile, se non inaccessibile, la sfida dell’internazionalizzazione. Per creare esperienze, nuove e coinvolgenti nel mondo dei foodies, insomma, serve desacralizzare prima, ed eventualmente risacralizzare poi, la ritualità e il mito del buon mangiare all’italiana.
Chissà che in questi tre anni trascorsi nel frattempo qualcosa non sia effettivamente cambiato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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