Giovedi 23 Maggio 2019
libri di Marketing e ComunicazioneStorie che incantano. Il lato narrativo dei brand

Storie che incantano. Il lato narrativo dei brand

Quali sono le storie che incantano i consumatori? E, soprattutto, come fa un brand a trasformare la sua storia in una storia che incanta?

Storie che incantano. Il lato narrativo dei brand
EDITORE Roi Edizioni
PUBBLICAZIONE 2018
EDIZIONE
PREZZO 20,40 su Amazon
PAGINE 254
LINGUA Italiano
ISBN/ISSN 8885493130
AUTORE
Andrea Fontana
VALUTAZIONE
Recensione Inside Marketing

Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Avere una strategia di contenuti, persino fare del buon storytelling aziendale non basta più: l’utente medio è esposto oggi a una quantità di storie decisamente inedita, senza contare che ogni singolo contenuto deve competere con l’alta carica emotiva e coinvolgente di bambini e gattini sul web, solo per fare un esempio. In questo scenario di «continuità contenutistica», però, come si può dar vita a delle “Storie che incantano”? È su questo che si interroga il testo di Andrea Fontana (edito da ROI edizioni).

Come e di cosa sono fatte le storie che incantano

A partire da una premessa: un brand – qualsiasi brand, che sia aziendale o personale poco importa – non verrà ricordato certo «per aver gridato più forte, ci sarà memoria di voi perché avrete nutrito e stabilito un legame con delle moving stories. Storie con iper-contenuti: argomentazioni di alta qualità e nutrienti». La ricetta perfetta per delle storie che incantano, insomma, è presto spiegata: sono storie che muovono all’azione chi le sente raccontare o, di più, sono storie che gli fanno dire “voglio essere parte anche io di questa storia”. E i brand diventati di culto, love brand come Apple solo per citarne uno, lo sanno bene.

Chiunque pensi al saggio di Fontana come a un manuale di storytelling, del resto, sbaglia almeno in parte. Non che manchi l’inquadramento teorico: man mano che le pagine scorrono, aumenta la familiarità del lettore con concetti come agenda, ciclo narrativo, attivatori cognitivi e vengono richiamati elementi fondanti le teorie narrative più classiche. Gli esempi concreti di brand, o altri soggetti non per forza business, che sono riusciti a creare storie che incantano sono, però, il vero plus testo: non solo per chi racconta storie di professione, per cui il saggio diventa un mezzo per guardare indietro a cosa è stato già fatto e come invece poter fare meglio; ma anche e soprattutto per chi ha bisogno, nel quotidiano, di imparare a raccontare (e bene) il proprio prodotto o il proprio brand e allenare le proprie capacità di story-thinking.

Da come, in maniera diametralmente opposta, Obama e Trump hanno raccontato agli elettori americani storie che incantano a «storie di trasformazione» che non hanno certo appassionato meno il pubblico, come quella di Chiara Ferragni, e passando per storie che raccontano fatti come il surriscaldamento globale o il dramma delle stragi nelle scuole americane, il testo appare per certi versi un prontuario di casi narrativi e insegnamenti che si possono trarre da questi.

Utili in questo senso sono persino gli esercizi proposti da Fontana ai suoi lettori, esercizi con cui gli ultimi possono allenarsi a raccontare e ancora prima a individuare le proprie, personalissime, storie che incantano. Ora che lo storytelling – aziendale, legato al proprio personal brand, ecc. – può sfruttare strumenti e canali fin qui inediti e che ne amplificano le potenzialità, del resto, raccontare storie coinvolgenti, storie che incantano è quasi ed esclusivamente una questione di «mindset», avverte l’esperto, e la buon notizia è che, al di là delle predisposizioni e partendo dalle giuste premesse, è possibile allenare la propria stessa predisposizione a raccontare storie. Ancora una volta schemi, tabelle riassuntive, modelli narrativi rendono il saggio un buono strumento nelle mani di chi voglia raccontare storie che incantano.

A cosa e quando servono delle storie che incantano

Senza scendere nel dettaglio delle tassonomie indicate – comunque mai rigide, ma sempre piuttosto vive e ancorate alla realtà – e per capire meglio la proposta di Fontana per uno storytelling che funzioni davvero, bisogna fare subito i conti almeno con due idee. Che «raccontare significa […] trovare rimedi profondi alle paure esistenziali e ai grandi disagi dei propri lettori», innanzitutto. Poco importa, in questo senso, che il rimedio consista semplicemente nel poter sfruttare un prodotto per quello che è il suo proposito più commerciale o, piuttosto, legarsi a una marca per l’immaginario e i valori a cui fa riferimento. Sono gli anni del brand activism, del resto, anni in cui i clienti chiedono alle aziende di prendere posizioni nette davanti alle questioni più rilevanti nella loro, personalissima, agenda e di proporsi, in questo modo, esse stesse come soluzioni alle paure del momento.

Il corollario di tutto questo è che, tra le storie che incantano, la «storia suprema» è una storia che è la somma di tutte le possibili storie di legame, di salvezza, di fatti che un brand o qualsiasi altro soggetto, di qualsiasi altra natura, potrebbe raccontare e che più che alla scienza, se davvero ne esiste una, dello storytelling guarda alla capacità tutta umana di emozionarsi e immedesimarsi che non sempre si può razionalmente spiegare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
© Inside Marketing 2013 - 2019 è un marchio registrato ® P.iva 07142251219
×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

loading
MOSTRA ALTRI