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Mercoledi 12 Dicembre 2018
libri di Marketing e Comunicazione#iocredoallesirene: se persino convivere con le fake news fosse possibile?

#iocredoallesirene: se persino convivere con le fake news fosse possibile?

La lotta alle fake news è una priorità. Se si trattasse, però, di narrazioni utili e non dannose? Una riflessione di Andrea Fontana.

#iocredoallesirene. Come vivere (e bene!) in un mare di fake news
EDITORE Hoepli
PUBBLICAZIONE 2017
LINGUA Italiano
AUTORE
Andrea Fontana
VALUTAZIONE
Recensione Inside Marketing

Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Quello del “facciamo finta che…” – tu sei la mamma e io la figlia, tu il Tritone e io la Sirenetta di un famoso film d’animazione – è il gioco più amato dai bambini. Ed è proprio da qui che inizia l’interessante riflessione di Andrea Fontana sulle fake news: “#iocredoallesirene. Come vivere (e bene!) in un mare di fake news”, edito da Hoepli, solo a un lettore distratto potrebbe sembrare infatti un manuale contro bufale, post-verità, fatti alternativi ed è, invece, una riflessione più ampia sul modo in cui, da uomini “narrativi”, ci approcciamo al mondo che abbiamo intorno e come riusciamo nell’impresa di conoscerlo.

Dalle fake news ai fake world: non possiamo fare a meno di fingere… e farlo ci piace

Se trovare una precisa definizione di fake news si è dimostrato più difficile del previsto, l’esperto di storytelling, del resto, non ha dubbi : le fake news «sono conoscenze finzionali a struttura sospesa. […] Segnali del fatto che nella nostra vita mediatica i sentimenti, le rappresentazioni e i significati delle cose – sempre finzionali – sono importanti quanti i fatti, se non di più».

La distinzione essenziale da fare per sopravvivere in un mare di “misinformazione”, allora, appare evidente già così: una cosa sono i fatti, un’altra i significati che si attribuiscono loro; da un lato c’è la realtà delle cose e dall’altra l’immaginato, il reale è diverso dal realistico.

Il web e l’enorme quantità di informazioni a disposizione di chiunque, in questo senso, hanno solo accelerato le cose: da sempre, e ogni  giorno, quella dell’uomo è infatti un’esperienza di blending cognitivo, letteralmente un rimescolamento di vero e falso. Quando pensiamo, cioè, non facciamo altro che mescolare saperi, conoscenze, pensieri che già abbiamo. Questo rimescolamento è fortissimo, per esempio, quando accendiamo lo smartphone, leggiamo le notifiche, navighiamo sui social. Senza questo blending, soprattutto, le nostre case non sarebbero altro che posti in cui dormire, cucinare, cambiarci d’abito e non quello spazio evocativo della nostra stessa personalità.

Non è solo da bambini, insomma, che giochiamo al “facciamo finta che…”. Continuiamo da grandi, fino a creare dei veri e propri “fake world”. Perché lo facciamo? Per rispondere Fontana fa un’incursione nel mondo delle neuroscienze: gli esperimenti più recenti, per semplificare, avrebbero dimostrato che davanti alle simulazioni finzionali si accendono le stessa aree del cervello che si accendono davanti alla realtà fattuale. C’è di più, però: tutti i nostri  “facciamo finta che…” ci gratificano a livello psicobiologico. Ogni volta che siamo in sintonia con un messaggio finzionale, infatti, verrebbe prodotta ossitocina, l’ormone della felicità.

Perché abbiamo bisogno di controfattualità e narrative “sospese” come quelle delle fake news

Il testo prova, allora, a elencare una serie di occasioni della vita di tutti i giorni che ci proiettano nel mondo del “vero-finto”.

I bambini, come si accennava, formulano continuamente delle narrazioni  finzionali a struttura sospesa: lo fanno per gioco, ma il gioco ha soprattutto in questo caso un valore predittivo e preparatorio.

Poi i bambini crescono e gli adulti che prendono il loro posto sono continuamente impegnati a fare progetti per la loro carriera, per la loro vita personale e privata o sono impegnati a sognare a occhi aperti (a tal proposito “#iocredoallesirene” cita  uno studio secondo cui addirittura il 47% di tutte le nostre attività diurne consisterebbe in daydreaming, ndr) oppure si lasciano sedurre da storie «taggate emotivamente», che hanno cioè un tale carico emotivo o di human interest da risultare, allo stesso tempo, troppo belle per essere vere e impossibili da non credere. Sono tutte occasioni in cui il fittizio non si limita a coprire il reale ma vi si sovrappone e cioè esiste ed è quello che troviamo ogni volta che cerchiamo il reale.

In questa prospettiva, quello che sembra fare Andrea Fontana è spostare l’asticella del dibattito su fake news e post-verità un po’ più in alto rispetto al solo campo giornalistico, alla necessità di fare fact-checking e a quella di provarsi in complicate operazioni di debunking di notizie che non lo erano, come avvenuto di recente per esempio con il caso mediatico del Blue Whale. Perché non possiamo fare a meno di creare controfattualità? E, in questo mondo il cui il falso produce il vero e viceversa, che fine ha fatto il reale? Sembrano essere questi gli interrogativi aperti su cui “#iocredoallesirene” invita a riflettere. Alla prima domanda, il pensiero narrativo dell’uomo sembra suggerire una serie corposa di risposte. Il riferimento è ad alcune delle più longeve teorie narrative che il libro ha, comunque, il pregio o il difetto di dare per scontate — un pregio se si considera “#iocredoallesirene” a uso e consumo degli addetti ai lavori, un difetto invece qualora l’intento fosse quello di parlare a un pubblico più ampio e di cambiare davvero l’approccio dal discorso pubblico su fake news, post-verità, fatti alternativi.

Nello specifico, il riferimento più forte sembrerebbe quello alla nascita del mito: tutte le storie che gli uomini hanno confezionato dall’alba dei tempi, sono storie di «dysnarrativa», cioè derivano dall’incapacità di creare scenari di senso che spieghino il mondo. Ammesso, insomma, che «il mistero è un universale cognitivo» è facile capire perché le fake news, come tutte le altre narrazioni controfattuali, potrebbero rappresentare il tentativo di «cicatrizzare ferite conoscitive». In altre parole? Davanti a un mondo che è letteralmente incontrollabile e inconoscibile e mentre viviamo in un periodo di ansia apicale, i racconti a “struttura sospesa” – di qualsiasi genere essi siano – servono a scrivere o riscrivere la propria identità individuale, di gruppo, di nazione; rappresentano forme di salvezza identitaria davanti al cambiamento incessante o rappresentano delle «fluide narrazioni redentive di noi stessi» che ci spingono «verso la transclasse: ad andare oltre la condizione biografica di partenza sia sessuale, sia cognitiva, sia amicale, sia famigliare, sia carrieristica».

Che ne è stato del Reale in un mondo di fake news?

Chiedersi che fine faccia il reale, in tutto questo, sembra lecito. Specie se come bussola dell’intero discorso su fake news e disinformazione – meglio, misinformazione – si utilizzino criteri tradizionali come l’obiettività e l’imparzialità tanto osannate da un certo giornalismo classico e di stampo angolofono. Come si accennava, il testo sembra evitare il mero discorso giornalistico ma non per questo rinuncia a citare bias tipici della routine di redazione come il “fissare” un’agenda di temi scottanti del giorno o provare a “torcere” la notizia a favore di un brand o di una realtà pubblica, cosa che avviene soprattutto quando (e con chi) si fa newsjacking. Il tutto a conferma di una necessità: cominciare a «pensare al Reale» come qualcosa che è un et-et: una miscela di «abbastanza vero» e «piuttosto finto, perché […] da un lato l’immaginazione condiziona la realtà, dall’altro la realtà plasma gli scenari creati dalla nostra immaginazione».

Quella di Fontana sembra, insomma, una posizione inedita e per certi versi “scomoda” quando si parla di bufale e non verità che fanno notizia. Una posizione che si basa sull’idea che, forse, l’ultima cosa che serve è instaurare una lotta alle fake news, come invece hanno di recente fatto editori, giganti dei social media, community di utenti.

Si dovrebbe essere disposti ad accettare che il realistico, come racconto mediatico del reale, esiste ed è fatto di strano, fantastico, meraviglioso e sposta continuamente il nostro stesso paradigma di realtà. “#iocredoallesirene“, insomma, deve poter diventare un manifesto (alla cui “stesura”,  tra l’altro, l’autore in chiusura invita i suoi lettori a partecipare usando l’hashtag che in pochi mesi dall’uscita in libreria ha già raccolto sui social centinaia di contributi, ndr).

Vivere mondi immaginari è salutare, riflette infatti l’autore. Soprattutto, però, lo è «una verità senza confronto è schiavitù». Osservati speciali in questo viaggio alla riscoperta delle contronarrazioni sembrano essere, infatti, i saperi precostituiti, le verità universali: quando si sente parlare di Verità, con la ‘v’ maiuscola, avverte Fontana , si dovrebbe sempre dubitare, dal momento che nella migliore delle ipotesi è «la versione del realistico di una sola fetta di mondo che oggi – in modo seducente – si vuole imporre».

Come sopravvivere, bene, in un mondo di fake news

Come si fa, allora, a distinguere il realistico dal reale, una verità controfattuale da una verità che è spacciata per unica? “#iocredoallesirene” offre una serie di indizi e introduce ai principi di quella “ingegneria” sulla base della quale risultano costruite la maggior parte delle bufale e che dovrebbe aiutare a riconoscere cosa è fake news e cosa no. Salvo sottolineare comunque che a poco servono il decalogo antibufale del MIUR,  i filtri e gli algoritmi di Google&co., le iniziative formative di Facebook e via di questo passo. Basta quel lavoro di «problem solving cognitivo costante» che ci tiene impegnati in tutte le attività quotidiane: tutte le competenze che ci servono per produrre o decifrare le fake news, infatti, sono le stesse indispensabili e finalizzate a ogni forma relazionale umana.

Il resto lo fanno le occasioni d’uso: ci sono fake news, realtà controfattuali che servono solo a «semplificare la complessità del reale, fare una battuta di spirito, sognare e fare un balzo sulle ali della fantasia e adattarci evolutivamente» e fake news che invece mirano a ledere la reputazione l’immagine di una azienda o di una persona: le prime sono “buone”, fanno persino bene al dibattito pubblico, le altre a seconda della gravità possono richiedere addirittura un intervento legale. In altre parole? «Stiamo passando dall’infanzia informativa in cui pensavamo ci fosse una verità là fuori – oggettiva e data per sempre – che qualcuno ci portava dall’alto di una autorità o di una professionalità, a una adultità informazionale in cui con fatica, coraggio e consapevolezza, ognuno di noi, al di là degli attestati professionali, dovrà andare a cercare la propria verità, sapendo che essa dipende anche dalla molteplicità dei livelli di credenza propri e altrui».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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