MacroambienteFacebook e Instagram potrebbero non essere più disponibili in Europa: la minaccia di Meta

Facebook e Instagram potrebbero non essere più disponibili in Europa: la minaccia di Meta

Chiudere Facebook e Instagram in Europa: la minaccia di Meta

La difficoltà di trovare un accordo soddisfacente con le autorità europee desiderose di più garanzie sui dati conservati all'estero dei propri cittadini ha portato Meta a minacciare di chiudere Facebook e Instagram in Europa.

Meta torna a minacciare di chiudere Facebook e Instagram in Europa se non riuscirà a trovare con le autorità che in Europa si occupano di protezione dei dati personali e tutela della privacy dei cittadini un accordo «proporzionato e pragmatico», per usare gli aggettivi scelti dal VP global affairs della compagnia, Nick Clegg, a commento della vicenda.

Da dove viene, di nuovo, la minaccia di chiudere Facebook e Instagram in Europa

Tutto è iniziato con l’annuale rapporto di Meta alla Securities and Exachange Commission – SEC, l’authority che vigila sulla borsa americana.

Il passaggio, come lo ha definito Mashable, era quasi «nascosto»[1] nelle oltre centotrenta pagine del documento, ma lo era prima che le testate di settore e non solo dessero ampia visibilità, a volte distorcendola, alla notizia secondo cui da Menlo Park sarebbero disposti a chiudere Facebook e Instagram in Europa. La compagnia ha così ammesso:

«se non potremo trasferire dati tra i paesi e le regioni in cui operiamo o avremo limitazioni nel condividere dati provenienti dai nostri diversi prodotti e servizi, potremmo non essere più in grado di fornire gli stessi o potrebbe risentirne la maniera in cui li forniamo e targettizziamo le pubblicità […] e questo vorrà dire che non potremo più garantire alcuni nostri prodotti e servizi, tra cui Facebook e Instagram, in Europa».

Il riferimento è, implicito ma non troppo, a una questione cruciale per il mondo dell’adtech e i suoi protagonisti, ossia alla stretta che l’Unione Europea sarebbe intenzionata a operare nei confronti di quei soggetti che trattano dati dei cittadini europei conservandoli su database che non si trovano in Europa ma in paesi terzi e che non sono tenuti per questo al rispetto di standard e requisiti di privacy e sicurezza previsti dall’Unione.

L’Europa vuole mettere un freno allo sfruttamento a scopo commerciale dei dati dei propri cittadini da parte di soggetti esteri

Il Privacy Shield che fino ad allora aveva regolato la materia, fungendo appunto da “scudo” per le big tech d’oltreoceano e soprattutto per le loro attività di profilazione a scopo commerciale, è stato sospeso nel luglio del 2020 perché ritenuto dalla Corte europea di Giustizia incapace di assicurare garanzie adeguate sulla riservatezza dei dati dei cittadini europei trasferiti all’estero e in particolare rispetto all’ingerenza di agenzie governative o predisposte alla sorveglianza.

Da allora singole autorità territoriali, come la Data Protection Commission irlandese, sono intervenute a rimarcare che andava fermato al più presto il trasferimento di dati dei cittadini europei verso server extraeuropei ed è stato in queste stesse occasioni che l’allora Facebook Inc. aveva già paventato l’ipotesi di una rinuncia all’operatività dei propri servizi di punta in Europa.

Più volte dall’estate 2020 il governo americano – e in particolare l’amministrazione Biden – e le autorità europee si sono sedute a un tavolo per arrivare alla definizione di nuovi accordi bilaterali capaci di soddisfare le esigenze di tutte le parti in gioco. Lo rifaranno con ogni probabilità nelle prossime sedute del Trade and Technology Council (TTC), un summit che ha come obiettivo raccordare le politiche commerciali e tecnologiche di Stati Uniti ed Europa e come temi centrali di questa edizione, appunto, i più diversi aspetti legati alla regolamentazione del web e delle attività delle big tech.

Tirano «venti contrari» [2] però, come li ha definiti TechCrunch, per l’adtech, intendendo sottolineare in questo modo che l’Europa potrebbe non essere disposta a negoziare sugli standard capaci di garantire l’integrità e la riservatezza dei dati dei propri cittadini anche quando trattati e conservati da soggetti che hanno sede in paesi terzi. La minaccia di Meta di chiudere Facebook e Instagram in Europa appare, insomma, anche come un chiaro tentativo di rimarcare la propria posizione nel gioco delle forze sulla questione dello sfruttamento a scopo commerciale dei dati degli utenti Internet.

Perché Meta è preoccupata di una stretta legale sulla social advertising, ma speranzosa in un accordo proficuo con le autorità europee

Che nel processo di regolamentazione delle Reti avrebbero dovuto giocare di “soft power” Facebook e le altre big tech lo hanno capito presto. Ritrovandosi a commentare, come in parte già sia accennava, ai microfoni di CityA.M. la notizia secondo cui Meta potrebbe chiudere Facebook e Instagram in Europa, Nick Clegg, VP global affairs della compagnia, si è detto convinto e speranzoso che «i decisori politici stiano lavorando per una soluzione sostenibile e di lungo periodo»[3] e che cioè anche questa volta quella di Meta riesca a restare solo un’ipotesi remota e non da attuare realmente.

Il portavoce della compagnia non ha mancato di sottolineare, però, che la mancata interoperabilità dei dati di utenti di paesi diversi potrebbe «danneggiare» quel «gran numero di business che oggi è data-driven» e cioè calibrano i propri investimenti e non solo in advertising a partire dai dati sui consumatori che hanno a disposizione e che possono elaborare, per di più in un momento cruciale com’è la ripresa dalla crisi legata all’emergenza sanitaria.

In altre parole? Se davvero l’Europa decidesse per l’impossibilità di trasferire dati dei cittadini europei fuori dall’Europa a essere danneggiate sarebbero anche la piccola startup tedesca che si è affidata a un cloud server con sede negli Stati Uniti o il retailer francese che aveva deciso di esternalizzare il proprio call center in Marocco, per restare agli esempi di Nick Clegg, oltre che le big tech americane.

È certamente difficile pensare che Meta sia preoccupata per le sorti della piccola impresa spagnola di sviluppo prodotti più di quanto lo sia del fatto che per la prima volta in diciotto anni Facebook ha perso utenti tra quelli attivi giornalmente e che anche gli altri servizi di punta di casa Zuckerberg hanno sostanzialmente smesso di crescere e, ancora di più, di cosa questo significhi per i propri ricavi pubblicitari. Se c’è una cosa che la compagnia non può assolutamente permettersi al momento è – come sottolineato proprio dal ricorrere alla minaccia di chiudere Facebook e Instagram in Europa – una stretta anche dal punto di vista legale sulla social advertising.

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