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Quali sono i rischi per chi condivide il QR code del Green Pass sui social media?

Che tipo di dati racchiude il QR code del Green Pass? Ecco perché gli utenti non dovrebbero condividerlo sui propri profili social.

Foto del QR Code del Green Pass o Certificazione verde COVID-19

Dopo lunghi mesi di attesa per l’arrivo prima e la somministrazione poi del vaccino contro il COVID-19, molti sono stati gli utenti che, presi dall’entusiasmo, hanno scelto di condividere con i propri amici e seguaci sui social le immagini delle spille con la scritta “Ho fatto il vaccino” oppure gli scatti realizzati dopo la vaccinazione. È possibile quindi che con l’arrivo della “certificazione verde COVID-19” alcuni utenti siano tentati dal condividere la relativa immagine online. Gli esperti, così, hanno provato a evidenziare i potenziali rischi connessi alla condivisione del QR code del Green Pass in Rete.

A cosa servirà la certificazione digitale?

Si tratta di una certificazione in formato digitale (e stampabile): come si legge sul sito del DGC, una volta «ricevuto via sms o email il codice per avvenuta vaccinazione, test negativo o la guarigione da COVID-19» sarà possibile scaricare il Green Pass (conosciuto anche come “certificazione verde COVID-19”).

Questo strumento digitale rappresenta la soluzione per ridurre il rischio di contagio (attestando la negatività dei cittadini) e potrà a breve essere richiesto per «partecipare a degli eventi pubblici, per accedere a residenze sanitarie assistenziali o altre strutture, spostarsi in entrata e in uscita da territori classificati in “zona rossa” o “zona arancione”» in Italia. Inoltre, dal 1° luglio 2021 questa certificazione (che sarà valida come EU digital COVID certificate) faciliterà gli spostamenti tra paesi dell’Unione Europea e area Schengen.

Questa certificazione, emessa dalla piattaforma nazionale del Ministero della Salute, possiede un qr code che ne assicura l’autenticità e la validità.

Che tipo di dati racchiude il QR code del Green Pass e perché non andrebbe pubblicato?

«Quel QR code è una miniera di dati personali invisibili a occhio nudo ma leggibili da chiunque avesse voglia di farsi i fatti nostri» ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e componente del Collegio del Garante privacy. Esso racchiude infatti diversi dati sensibili di tipo anagrafico e relativi allo stato di salute degli individui.

In un video pubblicato sul proprio profilo Twitter, l’esperto ha spiegato che negli ultimi giorni sono comparse sui social media diverse foto di questi QR code e ha così sottolineato quali potrebbero essere i rischi associati a questa pratica. Soggetti terzi potrebbero infatti accedere a dati quali l’identità dell’utente, la data in cui ha effettuato il vaccino, il numero di dosi ricevute, il tipo di vaccino, l’eventuale contagio da COVID ed eventuali test effettuati per rilevare l’infezione da SARS-CoV-2.

Per questa ragione, l’esperto ha ricordato agli utenti che lo strumento in questione andrebbe «esibito esclusivamente alle forze dell’ordine e a chi è autorizzato dalla legge a chiederlo per l’esercizio delle attività per le quali la legge ne prevede l’esibizione». A ciò ha aggiunto che il QR code del Green Pass deve essere letto soltanto tramite l’apposita app istituzionale, così da garantire che chi verifica possa soltanto visionare se l’utente possiede il Green Pass, senza poter accedere o eventualmente salvare le informazioni in esso contenute.

Guido Scorza ha sottolineato che un uso diverso di questo QR code potrebbe inoltre «facilitare la circolazione di QR code falsi che frustrerebbero l’obiettivo perseguito con il Green Pass». Gli utenti che desiderino comunque condividere sui social con i propri contatti l’ottenimento di questa certificazione potrebbero cercare di evitare almeno la condivisione dell’immagine di questo codice.

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