ComunicazionePerché dovremmo considerare Twitter una media company?

Perché dovremmo considerare Twitter una media company?

Le pratiche degli utenti, le strategie content-oriented e l'interesse per il live streaming rendono Twitter una vera e propria media company.

Perché dovremmo considerare Twitter una media company?

È sempre difficile trovare una definizione “a prova di mercato” quando si tratta dei social network. A definirne la natura, infatti, è soprattutto l’uso che gli utenti ne fanno e le dinamiche che spontaneamente si stabiliscono all’interno di simili ambienti. Per questo, per esempio, nonostante la grande mole di contenuti postati ogni giorno, gli accordi con gli editori e con i marketer e il grosso del traffico verso le home page dei siti d’informazione che proviene da lì, persino Facebook stenta ancora a vedere se stesso come una media company.

Lo stesso succede a Twitter. Per molti il social di Dorsey&co è solo il posto in cui fare second screen, seguire live gli aggiornamenti di una notizia “running” e in continua evoluzione – com’è successo anche nel caso del terremoto che ha colpito il Centro Italia ad ottobre del 2016, generando milioni di interazioni con l’apposito hashtag – o provare a disintermediare il rapporto con il politico, il personaggio pubblico, il vip di turno.

A guardarle bene, però, pratiche come queste rivelano la vera natura della piattaforma dei cinguettii. «Twitter è una media company di base a San Francisco – scrive Christopher Mims del Wall Street Journal – e dovrebbe essere pensata, strutturata e valutata per quello che è». In altre parole, Twitter non è più «un unicorno tecnologico cresciuto a dismisura», continua l’analista. E persino dal board del social sembrano averlo ammesso, anche se implicitamente, definendosi, in un memo per lo staff, come un “people’s news network”.

Che significa concretamente? Sempre più spesso Twitter si rivela essere un luogo dove nascono contenuti. Non si tratta solo del grande quantitativo di tweet (con eventuali foto, video) pubblicati ogni giorno dagli utenti più comuni e che, pure, in qualche caso diventano contenuti “mediali” perché ripresi dai soggetti tradizionali secondo chiare policy di sfruttamento di user generated content e di costruzione “crowdsourced” dei palinsesti. Persino dietro la presenza su Twitter di soggetti ufficiali, network editoriali, etc., ci sono strategie di content molto più complesse e gli stessi curatori della piattaforma sembrano sempre più interessati a sfruttare contenuti native”.

Quanto alla presenza politica su Twitter per esempio – fermo restando che, come hanno confermato diversi studi sia a livello internazionale che a livello europeo, è indispensabile per un leader che voglia disintermediare il rapporto con il suo elettorato – è oggi anche uno dei principali touch point per un politico che voglia arrivare a giornalisti, redazioni, avversari. Le fasi finali della corsa alle presidenziali americane 2016 lo stanno dimostrando, con candidati come Donald Trump che, pur negli eccessi e in una certa retorica populista, ha sistematicamente utilizzato Twitter come una sorta di medium broadcast tramite cui creare, diffondere e vedere amplificato (perché ripreso da testate tradizionali, ad esempio) il proprio messaggio.

Dall’altro lato ci sono i continui tentativi di Twitter di fornire prodotti e servizi “nuovi”. Dorsey&co, per esempio, sembra puntare sempre di più sul live streaming di contenuti video. Un affermazione apparentemente contraddittoria proprio nelle ore in cui è stata annunciata – il 28 ottobre 2016 – la chiusura di Vine, la piattaforma per la condivisione di brevissimi video (da vedere anche in loop) che si appoggiava su Twitter. Si tratta, in questo caso, di una decisione che rientra nel più vasto riassetto reso necessario dai risultati finanziari della piattaforma dei cinguettii che, con crescite nei ricavi molto meno rosee del previsto, si è vista costretta per esempio ad annunciare il taglio di almeno il 9% dei dipendenti.

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Gli ultimi dati finanziari rilasciati da Twitter. Fonte: Tech Crunch

Ciò non toglie che la vocazione al live streaming di Twitter si possa tradurre in parnership con soggetti (mediatici e non) più tradizionali per assicurare copertura ad alcuni dei più importanti appuntamenti sportivi, politici, etc. In questo senso va letto, per esempio, l’accordo con la National Football League per il live streaming globale della decima Thursday Night Football. Il risultato? L’evento è stato seguito da oltre 3 milioni di spettatori. Un po’ come l’accordo con BuzzFeed Inc. per la trasmissione dei dibattiti elettorali ha portato, durante il secondo e il terzo appuntamento con i candidati alle presidenziali americane del 2016, a oltre 3.3 milioni di spettatori unici e un 30% di audience in più rispetto al primo.

Che sia pronto ad ammetterlo o meno, insomma, anche Twitter è ormai una media company a tutti gli effetti. E anche il continuo sforzo per migliorare il servizio offerto sembra confermarlo. Tanto più che, anche secondo recenti rilevazioni, il numero di utenti che usano Twitter su base giornaliera non è soddisfacente né paragonabile a quello di altri social network, Facebook in primis. Dato non irrilevante se si considera che, come fa notare ancora il Wall Street Journal, almeno il 10% del ricavato di Twitter non viene oggi dalla pubblicità ma dalla vendita dei big data riferiti agli utenti e ai loro tweet.

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Alcuni insight sugli utenti Twitter. Fonte: Tech Crunch


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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