ComunicazioneChe cosa raccontano le (tante) gaffe dei politici sui social

Che cosa raccontano le (tante) gaffe dei politici sui social

Ci sono strafalcioni, refusi, battute infelici, toni infiammati nel campionario di epic fail dei politici italiani sui social che raccontano come, nonostante gli sforzi, non conoscano del tutto le logiche delle piattaforma.

Con ogni probabilità la campagna elettorale per le politiche 2022 sarà ricordata soprattutto come quella che visto sbarcare in massa i politici italiani su TikTok: tra lezioni di panzerotti, vecchie barzellette, dirette in cui i veri protagonisti sono lenti e filtri che incorniciano i volti dei politici, il tentativo di parlare alla fetta più giovane dell’elettorato con il suo stesso linguaggio o quasi rischia di essere semplicemente cringe . Per provare a compilare un catalogo degli epic fail dei politici italiani sui social si dovrebbe partire, però, da molto lontano, con ogni probabilità dagli albori stessi della comunicazione politica 2.0.

Fin da subito il rapporto dei politici nostrani con gli ambienti digitali è stato caratterizzato, infatti, da «un vizio di forma: non conoscerli» e non conoscerne affatto le grammatiche e la fenomenologia, come ha sottolineato anche Domenico Giordano di Arcadia in una puntata di Inside Talk, format di live video di Inside Marketing, sul tema.

Per un campionario degli epic fail dei politici italiani sui social media

Solo alcuni – e non certo i più gravi – tra gli epic fail dei politici italiani sui social sono refusi, errori grammaticali o di battitura che più o meno volontariamente finiscono per attirare visibilità sui loro profili. Certamente non si è trattato di una (studiata) operazione di marketing dell’errore tutte le volte che nel citare l’omonima testata o per riferirsi all’ordinamento italiano i politici hanno scritto “repubblica” ma con una sola “b”[1] o hanno augurato agli italiani “Buona Pasquetta” sostituendo però la “q” con la “c” [2]. Con i giornali sempre pronti a riportare quello che i politici fanno e dicono in Rete, in una “media logic”[3] per molti versi perversa, la tentazione di procurarsi visibilità sbagliando e magari correggendosi in un secondo momento o scherzandoci su però potrebbe essere forte.

Con ogni probabilità per ragioni simili è successo un po’ troppo spesso che pubblicati sui profili social dei politici finissero “per sbaglio” messaggi copiati e incollati per intero dalle chat con i social media manager: come se il fatto che ci fosse uno staff a curarne la presenza digitale fosse davvero ancora un mistero per qualcuno, a parte i giornali impegnati a riempire la colonna destra con titoli da clickbait .

Ben prima dell’ infodemia da COVID-19 non si contavano ancora i politici trovatisi più o meno consapevolmente a condividere sui social fake news e notizie non verificate. Così come tra gli epic fail dei politici italiani sui social non sono mai mancati veri e propri strafalcioni. Era il 2011, per esempio, eppure ancora in molti ricordano quella volta in cui Maria Stella Gelmini, allora Ministro dell’istruzione, scambiò un esperimento con i neutrini per un tunnel in costruzione tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra[4]. Più tardi, nel 2016, Luigi Di Maio si espresse su Facebook riguardo a Pinochet associandolo al Venezuela e non al Cile e dando il via a diverse gaffe che avrebbero punteggiato tutta la sua carriera agli Esteri[5].

Alcune gaffe sono la dimostrazione empirica di quanto le cose possano andare storte quando semplicemente si prova a imitare un certo linguaggio, una certa grammatica agli antipodi dei propri e lo si faccia, per di più, senza averli studiati o approfonditi abbastanza. Forse l’esempio più calzante è in questo senso il tweet con cui l’account istituzionale di Palazzo Chigi commentò il risultato delle elezioni del 2013 definendo «trombati»[6], e usando tanto di hashtag , i parlamentari della precedente legislatura che non erano stati rieletti: è un termine che si usa frequentemente nel linguaggio parlato per quel tipo di occasione, ma per quanto i social siano degli ambienti informali neanche chi li frequenta più assiduamente deve aspettarsi tanta informalità da parte di un account istituzionale.

I politici italiani sui social media ancora stentano a costruire un racconto coerente e incappano in scivoloni

L’esempio dell’account ufficiale di Palazzo Chigi dimostra che una delle principali difficoltà delle politica – e non solo dei suoi singoli esponenti – sui social è trovare il giusto equilibrio tra la costruzione di «un frame narrativo coerente con la propria storia e la propria identità», come ha evidenziato Domenico Giordano, e la necessità di confrontarsi con linguaggi e regole, plasmate nelle piattaforme anche da chi le frequenta, che non solo non ha scelto ma nella maggior parte dei casi non comprende fino in fondo.

Comunicare la politica in Rete: tra necessità di coinvolgimento e accountability

Comunicare la politica in Rete: tra necessità di coinvolgimento e accountability

Tra gli epic fail dei politici italiani sui social sono passate alla storia, non a caso, le ripetute liti di un Maurizio Gasparri appena arrivato su Twitter con chi già frequentava il social dei cinguettii. Si trattava di thread dai toni infiammati e violenti, in cui era quasi sempre lo stesso politico a far partire il flaming in reazione a qualunque messaggio negativo o in contrasto con le sue idee, ricevuto dagli utenti. Questi, inoltre, si concludevano spesso e volentieri con gli utenti che venivano bloccati o silenziati.

Non a caso Gasparri è spesso considerato una sorta di precursore del vizio di blastare la gente, a cui hanno poi ceduto molti personaggi famosi sui social.

politici e epic fail sui social

Fonte: Twitter/@gasparripdl

Commentando ai nostri microfoni la vicenda di uno studente universitario bloccato per aver segnalato all’allora vicepresidente del Senato di essere tra le case history affrontate a lezione in quanto a (cattiva) presenza sui social Francesca Comunello, docente di Internet studies and social media management a La Sapienza di Roma, trovò allora difficile dire «se l’account in questione [seguisse] una strategia intenzionale orientata a intercettare utenti sensibili alla pratica dell’hate speech o se [reagisse] in modo essenzialmente estemporaneo a tutto ciò era percepito come una provocazione. Il “blocco” ampio e sistematico degli account percepiti come ostili è e rimane comunque una pratica molto distante dalle potenzialità di confronto bidirezionale abilitate dagli ambienti social». Come ha aggiunto,

«non ha senso utilizzare i social media semplicemente per diffondere i propri contenuti, adottando logiche medievali, e rifuggendo alla bidirezionalità. Non si può allo stesso tempo, però, non considerare che lo stile e il tono di voce che si utilizzano sono una sorta di biglietto da visita: devono essere coerenti con il profilo di ciascuno e con il ruolo che ricopre».

Se può apparire quantomeno bizzarro, così, che l’account ufficiale di Palazzo Chigi usi in un tweet un termine come “trombati” che mai userebbe fuori dalla Rete, altrettanto bizzarro è che un onorevole ci tenga a far sapere pubblicamente e con tanto di prova fotografica di aver partecipato a un contest e votato per il lato B più bello[7]. Molti degli epic fail dei politici italiani sui social, dunque, sembra nascano da un equivoco: disintermediare il rapporto con gli elettori non significa necessariamente sovvertirne natura e ruoli, tanto più che nessuno si aspetta davvero di interagire con i politici sui social come farebbe con amici e conoscenti.

I social network sono sistemi semi-pubblici”, come li definisce tanta letteratura in materia, in cui ci si aspetta che l’interazione segua un certo pattern e in cui conviene essere presenti al meglio di sé, anche in considerazione del fatto che «reputazione fisica e reputazione digitale sono ormai molto più interconnesse di quel che si pensa», come ha ribadito ancora Domenico Giordano.

Per qualcuno “al meglio di sé” può anche voler dire capace di qualsiasi insulto razzista o omofobo. Più che come gaffe e strafalcioni, messaggi di questo tipo andrebbero considerati, però, frutto di una ben studiata strategia che non può non partire dall’ascolto della Rete e dei target a cui si intende parlare più direttamente per dare loro un messaggio che ha più probabilità di giungere a destinazione. Mentre ci sono politici che continuano a fare scivoloni sui social media e a usare banali stratagemmi – come persino commenti a sostegno delle proprie idee, fatti scrivere dallo staff e pubblicati dimenticando di switchare gli account[8] – ci sono quindi politici che hanno ben capito l’importanza del social media listening.

Perché gli epic fail dei politici sono più frequenti in campagna elettorale

Per tornare agli epic fail dei politici italiani sui social commessi in occasione della campagna elettorale per le politiche 2022, questi appaiono specchio di un altro dei principali vizi di una certa comunicazione politica “2.0” all’italiana: le strategie digitali della maggior parte dei politici non sono strategie di lungo termine e mirate a costruire un rapporto di fiducia con elettori e altri protagonisti del discorso pubblico, in cui il politico sia naturalmente investito di una certa expertise, ma sono più spesso semplice marketing elettorale.

Per la maggior parte dei politici italiani «la community assume importanza solo a un mese del momento elettorale. Non stupisce così che, con una logica 1.0, io [politico] scrivo un post, ti dico quello che ho fatto e te lo dico persino dopo che lo ho fatto, senza che mi interessi davvero che tu risponda o meno», ha aggiunto Domenico Giordano. Senza l’urgenza di nutrire un rapporto quotidiano e di valore con la propria community e di mostrarsi accessibile e responsabile nei confronti di questa è legittimo preoccuparsi meno o non preoccuparsi affatto di cosa i potenziali elettori potrebbero pensare nel sapere/leggere che viene definita «bella»[9] una storia che parla di deportazioni nazifasciste o davanti all’ennesimo spot sessista che non riesce a immaginare per le donne altro ruolo che quello di casalinghe[10].

Più facile dovrebbe essere prevedere il tipo di reazioni generate da un video in cui ci si avvicina sorridenti a una donna dalla chiare sembianze rom al solo scopo di promettere ai propri elettori politiche più restrittive contro gli stranieri: la trovata di Alessio Di Giulio[11] deve essere stata pensata per essere molto chiacchierata in Rete, peccato poi che lo sia stata con toni molto negativi e anche da parte del proprio potenziale elettorato.

Ad animare per giorni l’inizio della campagna elettorale per le politiche 2022 c’è stata, infine, la questione del video di uno stupro ricondiviso senza accortezze per l’identità della vittima e a solo a scopo propagandistico: non c’è voluto molto perché Twitter rimuovesse il tweet di Giorgia Meloni sullo stupro di Piacenza[12] per il rischio di vittimizzazione secondaria, a riprova che anche i politici più attivi e trasformatisi sui social in “icone pop” possono sbagliare e la fanno soprattutto quando non conoscono o volutamente non rispettano le logiche delle piattaforme.

L’unica vera strategia di gestione efficace della crisi in casi come questi rimane quella suggerita già in passato da Francesca Comunello: «la capacità di gestire l’errore, di chiedere scusa, di mostrare rispetto per gli interlocutori. Un errore di comunicazione può capitare a tutti, soprattutto quando si interagisce con pubblici molto differenziati».

Note
  1. Twitter/ @matteorenzi
  2. Twitter/ @AntonioRazzi1
  3. Altheide D.L., Snow R.P. (2018), Media Logic: la logica dei media, Roma, Armando editore, ed. or. 1979
  4. La Stampa
  5. Il Sole 24 Ore
  6. la Repubblica
  7. Twitter/@senantoniorazzi
  8. Open
  9. Twitter/@GuidoCrosetto
  10. ANSA
  11. Open
  12. Il Post
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