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Le fake news sarebbero fino a sei volte più coinvolgenti, come conferma uno studio

I post su Facebook contenenti bufale, notizie non verificate o manipolate ad arte avrebbero ricevuto, nei sei mesi in cui i ricercatori delle Università di New York e di Grenoble hanno condotto l'indagine, sei volte più Like, reazioni, commenti e condivisioni di quelli dedicati a notizie affidabili od oggetto di fact-checking.

Uno studio della New York University e dell'Università di Grenoble conferma che le fake news creano più engagement delle notizie vere.

Le fake news creano più engagement di notizie accurate e verificate: è il risultato, per certi versi prevedibile, a cui è giunto uno studio in peer review condotto dalla New York University e dalla Università di Grenoble e pubblicato in anteprima da The Washington Post.

Negli anni, almeno da quando post verita  e “fatti alternativi” sono diventate issue capaci di catalizzare buona fetta del discorso pubblico, non sono mancati studi e ricerche che hanno provato a misurare la reale dimensione del fenomeno disinformazione e informazione manipolata o che impatto hanno le bufale sulla vita associata. Di fronte al dilagare di notizie false sul COVID-19 fin dai primi giorni di emergenza sanitaria, quando anche le ricerche su Google sul coronavirus avevano per oggetto le più assurde e pericolose ipotesi su abitudini quotidiane e rischio di contagio o possibili cure all’infezione, uno studio era arrivato al risultato, per molti versi simile a quello a cui sono giunti ora i ricercatori di New York e Grenoble, che le bufale sul coronavirus sono state più viste su Facebook delle notizie verificate e oggetto di accurato fact-checking.

Non è una vera novità, insomma, che le fake news godono di un certo appeal tra chi frequenta la Rete e chi ha provato ad avanzare delle ipotesi sul perché è quasi sempre approdato alla risposta che le bufale funzionano perché sono costruite in modo da adattarsi a bias tipici dei processi cognitivi umani, come quello confermativo soprattutto.

Le fake news creano più engagement? Cosa dicono i dati

Quello che di nuovo lo studio della New York University e dell’Università di Grenoble su bufale e coinvolgimento ha provato a fare è stato tradurre in numeri e percentuali l’assunto che le fake news creano più engagement delle notizie verificate.

I ricercatori sono partiti da una classificazione degli editori americani presenti su Facebook secondo un criterio di affidabilità e propensione a condividere notizie provenienti da fonti certe e sottoposte a un rigido processo di verifica già effettuata da NewsGuard e Media Bias/Fact Check. Contando il numero di commenti, like, reaction e condivisioni ricevuti dai post condivisi da un campione di questi, tra agosto 2020 e gennaio 2021, è venuto fuori che editori noti per condividere bufale, notizie manipolate e di dubbia provenienza – come Occupy Democrats a destra e Breitbart a sinistra per esempio – hanno generato con i propri contenuti su Facebook sei volte più engagement di altri editori più attenti all’affidabilità delle notizie a cui danno spazio.

Perché il gradimento per bufale e notizie manipolate (non) è una questione politica

Oltre ad aver confermato che le fake news creano più engagement, dallo studio è emerso che gli elettori della destra più radicale e conservatrice americana sono più propensi a credere alle bufale o perlomeno a interagire con queste: dei post che hanno generato più like, commenti e condivisioni e che contengono fake news almeno il 68% proverrebbe da editori di questa area politica.

Il ruolo delle piattaforme sarebbe però in questo senso piuttosto neutro, nonostante negli anni non siano mancate le accuse di una e dell’altra parte di soffrire di un certo “bias democratico” o di avere un atteggiamento “lassista” verso le posizioni più estremamente conservatrici, secondo i ricercatori. Gli algoritmi di Facebook poco avrebbero contato, cioè, nel far circolare di più o far diventare più virali le bufale dell’estrema destra americana e nel far passare in sordina, invece, quella della sinistra più radicale o viceversa.

Se le fake news creano più engagement tra gli elettori di estrema destra è perché completamente diversi sono l’infosfera e l’ecosistema informativo di una e dell’altra parte politica, come sottolinea il gruppo di ricerca nello studio. Molto più pragmaticamente, crea più coinvolgimento la disinformazione di destra” semplicemente perché la stessa è più corposa in volume, con molti più editori di quest’ala (circa il 40% contro il 10% a sinistra) che abitualmente condividono bufale e notizie manipolate o non verificate.

A Facebook non piace che si sappia che sono le bufale i post più coinvolgenti sulla piattaforma

Una cosa però sono le interazioni con post e contenuti nativi su Facebook e un’altra, completamente diversa, sono impression e click rate e cioè, volendo semplificare, il numero reale di visualizzazioni e quello di utenti che cliccano su un link e lo aprono. È questa la principale obiezione che è arrivata dalla piattaforma rispetto ai risultati dello studio. Avendo a disposizione dati soprattutto sull’ultimo aspetto, sarebbe più facile rispondere a domande come “quanto si guadagna con le fake news?”: a rendere comprensibilmente allarmistici i toni del discorso pubblico su disinformazione, qualità e futuro del giornalismo è del resto, spesso, proprio l’ipotesi che su fake news e notizie manipolate si possano costruire – e non manca in molti paesi chi già lo ha fatto – veri e propri imperi editoriali. Impression e click rate non sono al momento, però, tra quei dati che la piattaforma è disposta a condividere con soggetti terzi, anche per finalità solo di ricerca.

C’è una vicenda controversa, raccontata tra gli altri dalla CNN, che sembra confermare peraltro come da Menlo Park non abbiano particolarmente gradito la prova che le fake news creano più engagement su Facebook delle notizie verificate. Una delle ricercatrici della New York University coinvolta nello studio sarebbe stata “depiattaformizzata da Facebook[1] e quindi il suo account personale sarebbe stato bloccato senza apparenti ragioni e senza che abbia violato quelle linee guida della community dal cui mancato rispetto dipende generalmente la sospensione dei profili Facebook.

Dalla compagnia, come ha spiegato la CNN, sostengono che il blocco sia dovuto all’uso da parte della studiosa di un’estensione per il browser che permette agli utenti Facebook di condividere anonimamente con altri gli annunci pubblicitari e le sponsorizzazioni che visualizza e vengono proposti sulla piattaforma: un tipo di informazioni, anche quelle sulla pubblicità su Facebook, che la compagnia difficilmente condivide con terzi. Secondo la ricercatrice sarebbe una scusa: se fosse questa la ragione reale l’estensione non dovrebbe essere ancora disponibile all’utilizzo e da parte di chiunque. È più probabile che la compagnia non abbia gradito veder messi in dubbio i propri sforzi nella lotta alle fake news, consistenti – almeno quantitativamente – soprattutto in questi mesi che si è trattato di evitare che la disinformazione infiammasse ulteriormente il già caldo clima elettorale per le presidenziali americane e che le bufale sui vaccini per il COVID-19 inficiassero i buoni risultati delle campagne vaccinali dei diversi paesi.

Note
  1. CNN

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