Giovedi 18 Ottobre 2018
Glossario di Marketing e ComunicazionePersonal branding: cos’è, come si fa e i consigli degli esperti

Personal branding definizione

Personal branding: cos'è, come si fa e i consigli degli esperti

Con l’espressione personal branding si fa riferimento a quel complesso di strategie messe in atto per promuovere se stessi, le proprie competenze ed esperienze, la propria carriera alla stregua appunto di un brand. Sfruttato in praticamente qualsiasi settore, ha molto a che vedere con il marketing personale.


Personal branding e posizionamento

Non è un caso del resto che, anche a rischio di semplificare molto, ci si riferisca spesso al personal branding come a una forma sui generis di marketing applicato alla persona. L’obiettivo finale di qualsiasi operazione di personal branding, infatti, è riuscire a imprimere nella mente di individui e organizzazioni un’immagine, ben confezionata, di sé. Come per un’azienda o un prodotto, posizionarsi – qui anche, letteralmente, posizionare se stessi – nella mente di un consumatore o di uno stakeholder richiede però di tenere in considerazione, oltre ai propri, anche valori, sistemi di riferimento e percezione che questi stessi consumatori o stakeholder hanno già del proprio stesso brand. È, insomma, quando le due immagini – quella che si prova a veicolare di sé e quella che invece di sé hanno gli altri – si sovrappongono che il personal branding si può considerare riuscito.

Per questo c’è chi come Jeff Bezos, quando parla di personal branding, ama definirlo come «quello che la gente dice di te, una volta che sei uscito dalla stanza».

L’ascesa del personal branding nell’era dei professionisti digitali

Che uno, forse il più grande, imprenditore digitale si soffermi a spiegare cos’è per lui il personal branding non deve stupire. È stato in questi anni di profonde trasformazioni del mercato del lavoro, dell’emergere di nuove figure di professionisti del digitale e di un progressivo scollamento dal mito del posto fisso e della stabilità del lavoro dipendente verso forme di lavoro autonome che il personal branding è arrivato nel pieno della sua maturità. Come sostiene Reid Hoffman (il co-fondatore di LinkedIn), nel suo “The Startup of You”, ciascuno vive perennemente secondo una «versione beta di se stesso»: ciò implica, certo, la necessità di continuare a crescere giorno dopo giorno, di sapersi reinventare come persone e come professionisti, di puntare a un continuo miglioramento delle proprie skill tecniche e non solo; soprattutto però essere eterni stratupper di se stessi implica imparare a comunicarsi al meglio. Non a caso un’altra delle metafore più utilizzate per riferirsi al personal branding è quella del packaging: quando non basta più lavorare su se stessi e sviluppare un vantaggio competitivo rispetto agli altri, serve una confezione allettante e che colpisca l’attenzione di clienti, datori di lavoro, ecc.



 come fare personal branding 

Per fare personal branding, insomma, serve innanzitutto un brand a cui poter dare forma concreta, visibile, riconoscibile. Può essere utile porsi obiettivi e traguardi da raggiungere in un determinato arco di tempo. Anche stabilire mission e vision e assicurarsi che siano chiare al pubblico a cui ci si rivolge, però, è di fondamentale importanza. Step e obiettivi di un’operazione di personal branding, insomma, sono molto simili a quella di qualsiasi altra più tradizionale operazione di branding. Nella guida al personal branding di Hubspot compaiono, così, voci come quella della unique value proposition: il professionista, l’influencer che punti a comunicare il suo brand, esattamente come ogni nuovo prodotto lanciato nel mercato, deve trovare quell’elemento che lo distingua dai suoi competitor e che lo renda unico e insostituibile. C’è chi lo chiama, con una formula mediaticamente molto d’appeal, X-factor e chi sottolinea, invece, l’importanza del dar spazio soprattutto ai propri tratti distintivi, specie se bizzarri e sopra le righe, o persino di costruirne ad arte qualora non se ne riescano a trovare: rendono, infatti, più facile il ricordo del brand. Tra gli altri ingredienti necessari per fare del buon personal branding? Non possono mancare le conoscenze specifiche e di settore, lo zelo e la capacità di restare focalizzati sui propri obiettivi. Contano però anche le relazioni e la capacità di fare network, dentro e fuori dal proprio ambiente di riferimento. Soprattutto, occorre assicurarsi che il proprio brand personale sia

  • consistente e per farlo può aiutare scegliere degli elementi – un’identità visiva, per esempio, o anche più semplicemente una foto profilo o un logo – da ripetere uguali e ridondanti sui propri canali e nei propri messaggi fino a farli diventare dei veri e propri distintivi;
  • visibile, risultato che implica oggi più che mai investire in attività di PR per esempio per far guadagnare al proprio brand quanto più spazio possibile su media tradizionali e non;
  • in linea con la propria reputazione, on e offline, o in grado di proteggerla e migliorarla.

Personal branding e strategie di content marketing

Chi fa personal branding, insomma, non può mancare oggi di «buoni contenuti e una buona organizzazione», sosteneva in un’intervista ai nostri microfoni durante SMAU Napoli 2014 Alessandra Salimbene. Del resto, «se si vuole essere visti come punto di riferimento in un determinato ambito, bisogna esserlo sul serio», continuava l’esperta.

Di che contenuti si tratta? Come sempre quando si tratta di pensare a una strategia di content marketing serve innanzitutto valutare con attenzione il proprio target di riferimento e ciò che veramente può risultare di valore per loro. A guardare un personal branding funnel come quello di Dario Vignali, però, si capisce anche quanto sia importante tenere conto della profondità della relazione con lettori, clienti, fan e membri della propria community per riuscire a offrire un contenuto realmente tarato sulle loro esigenze. Il principio di fondo è: dare poco – un post su Facebook semplicemente informativo o motivazionale, per esempio – a chi chiede poco e dare di più invece in cambio di azioni più significative come un’iscrizione alla newsletter.

personal branding funnel

Anche «i video di personal branding danno tantissimo spessore alla propria personalità, oltre che tanto ritorno economico» ha sostenuto, poi, Antonio Meraglia in un’intervista ai nostri microfoni durante Inbound Strategies 2018.

A chi giova, però, davvero una strategia di personal branding ben pensata? Come già si accennava, si può – e si dovrebbe – fare personal branding in tutti i campi.

Chi (e quando) dovrebbe fare personal branding

Un mercato del lavoro altamente concorrenziale richiede, ormai, di promuovere se stessi come un brand, indipendentemente dal settore specifico di riferimento e dal proprio grado di carriera. Non solo, insomma, chi vuole fare business online ha bisogno di emergere e riuscire a far distinguere il proprio brand. Anche per un freelance, per esempio, fare (bene) personal branding può avere un ritorno concreto – ed economico – in termini di nuove collaborazioni, più clienti, nuovi progetti. In questo caso più che mai bisogna puntare sullo storytelling, sul narrare cioè la propria storia come persona e come professionista, facendosi aiutare, eventualmente, in questo racconto da persone con cui si abbia già avuto modo di collaborare e che siano in grado di fornire quindi valutazioni che verranno percepite come fondate, più naturalmente credibili. Come ha continuato a raccontare ai nostri microfoni Alessandra Salimbene, del resto, oggi si effettuano ricerche online prima di fare qualsiasi cosa, comprare l’ultimo gadget hi-tech, come prenotare una visita medica: da utenti, serve ad assicurarsi di stare facendo la scelta giusta, migliore per sé; per un professionista o, più in generale, per chi offra quel prodotto o servizio la via del personal branding è di conseguenza anche quella migliore per rendersi trovabile, migliorare, se ce ne dovesse essere bisogno, la propria reputazione o semplicemente incontrare la domanda. Proprio a proposito del rendersi trovabile, anche per chi si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro fare personal branding può rivelarsi strategico. Soprattutto se lo si fa sui social: la maggior parte dei reparti HR, infatti, fa ormai social recruiting e cioè spulcia i profili sui principali social network dei possibili candidati alla ricerca di competenze ed esperienze pregresse chiave e che li rendano i candidati migliori per la singola vacancy.

Curare adeguatamente i propri account, assicurarsi di veicolare l’immagine – professionale e personale – giusta è allora essenziale in questo senso.

Così il personal branding giova ai risultati aziendali

Al di là della libera professione, dei nuovi lavoratori digitali e di chi è alla ricerca d’occupazione, però, perché anche un manager d’azienda per esempio dovrebbe fare personal branding? La risposta è in parte la stessa di quando ci si chiede perché aggiornare il proprio profilo LinkedIn o il proprio curriculum anche se si sta già lavorando e non si ha in programma di cercare un nuovo impiego nel breve periodo: l’idea stessa di carriera è, come mai prima d’ora, fluida e raramente la via della completa identificazione con l’azienda per cui si lavora è funzionale tanto alla crescita del singolo lavoratore quanto ai buoni risultati dell’azienda stessa. C’entra, soprattutto, una questione di fiducia: da clienti si tende a fidarsi, infatti, più del singolo che dell’organizzazione di cui fa parte e un’azienda che sia orientata al mercato non può non comprenderlo, cercare di mostrare il suo volto umano – anche quando questo significa, appunto, incentivare i brand personali dei suoi dipendenti – e stimolare conversazioni in cui possa essere spontaneamente coinvolta. Il ritorno è, ancora una volta, concreto: ci sono statistiche sul personal branding secondo cui un contenuto aziendale è otto volte più coinvolgente quando è direttamente il dipendente, dai suoi profili social personali, a condividerlo e anche i lead generati dalle attività social dei singoli dipendenti sono sette volte maggiori. Senza contare che i dipendenti che sono incentivati nelle loro attività di personal branding avrebbero oltre una possibilità su cinque in più di sentirsi «ottimisti» rispetto al futuro dell’azienda e ciò non può non avere effetti a catena sulla retention aziendale.

Un esempio concreto di come il personal branding possa impattare anche sui risultati aziendali viene dal mondo dei media italiani: come ha raccontato in un’intervista ai nostri microfoni ancora in occasione di SMAU Napoli 2014 Luca Iovine, il passaggio di testimone nella conduzione di un programma come “Ballarò” non ha giovato né all’emittente, che pur continuando a mandare in onda lo stesso programma non ha registrato lo stesso share, né al singolo personaggio (Giovanni Floris) che pur ritrovandosi a condurre un programma del tutto simile su un’altra Rete non ha mai più ottenuto lo stesso seguito. A dimostrazione, appunto, che il brand di dipendenti e collaboratori non è mai neutro rispetto ai valori, i messaggi, le performance di un’organizzazione business o non business che sia.

Un caso di scuola di personal branding

Da Chiara Ferragni e passando per il popolato mondo di blogger, yotuber, influencer tanti sono oggi i personaggi che hanno raggiunto popolarità proprio tramite una studiata strategia di personal branding.

Molte sono le lezioni di marketing e branding personale che si possono trarre, per esempio, dal fenomeno Elon Musk. Per esempio, fare in modo che la propria storia personale pesi quanto e più di quella professionale innanzitutto: pochi lo ricordano, infatti, come l’inventore di Tesla, molti hanno di lui l’immagine dell’imprenditore visionario e appassionato, multimilionario già a meno di 30 anni e intenzionato a cambiare regole e visioni stesse dell’imprenditoria. Ancora, rendersi visibili e utili anche in campi e per cause diversi da quelli di riferimento: dal sistema di review a misura di giornalisti alla proposta per salvare i ragazzini tailandesi dalla grotta, il nome di Musk ha riempito in questi mesi le pagine dei giornali internazionali, dimostrando soprattutto una grande abilità nell’assediare la notizia. Per finire, la semplicità della proposta del brand Musk e la trasparenza nel mettere in chiaro e fin da subito i propri obiettivi – fossero anche strettamente legati al guadagno – sono, senza dubbio, i fattori che lo hanno reso amato e amabile anche dal grande pubblico.

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