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ComunicazioneL’hate speech su Clubhouse e i problemi di moderazione dei contenuti all’interno delle piattaforme audio

L'hate speech su Clubhouse e i problemi di moderazione dei contenuti all'interno delle piattaforme audio

Le Stanze di Clubhouse sono state ripetutamente in questi mesi teatro di offese, abusi e odio nei confronti di utenti appartenenti a gruppi come la Black Community o la community LGTBQI+, come pure nei confronti delle donne. Le piattaforme audio sembrano non riuscire al momento a identificare abbastanza correttamente e in anticipo i contenuti controversi, ma sarebbero alla ricerca di soluzioni per farlo.

L'hate speech su Clubhouse e i problemi di moderazione dei contenuti all'interno delle piattaforme audio

C’è davvero un problema di hate speech su Clubhouse? La domanda è tra quelle che sono già tornate ciclicamente nella – breve – storia del primo social network basato sulla voce.

Qualche mese fa Clubhouse è stato il fenomeno social del momento; adesso il numero di nuovi download risulterebbe stazionario se non in lieve calo, tanto da convincere i due fondatori della necessità di un ulteriore round di investimenti per attrarre nuovi iscritti su Clubhouse (le prime indiscrezioni parlano di 4 miliardi di dollari in arrivo da grandi gruppi finanziari). In questo contesto c’è stato chi si è chiesto se mettere al centro dell’esperienza social delle dirette audio per loro stessa natura non permanenti non rischiasse di lasciare spazio anche a diverse forme di abuso, flaming, trolling e hate speech appunto.

Gli episodi di hate speech su Clubhouse sono davvero più frequenti di quanto si immagini?

Dalla cronaca sono giunti episodi come quello di una stanza Clubhouse dedicata a una discussione accademica sulle origini dell’antisemitismo sfociata in una serie di insulti contro la comunità ebraica, se non addirittura – come hanno fatto notare allora alcuni utenti su Twitter – nell’idea che fosse in qualche misura normale provare sentimenti di disprezzo nei confronti degli ebrei.

Come sottoline The Verge, l’errore cruciale è stato in quell’occasione con ogni probabilità non fare un controllo preventivo su chi fossero le persone intenzionate a intervenire come panelist, unito certamente a una non eccelsa attività di moderazione. Sono elementi, questi ultimi, che tornano uguali nella maggior parte degli episodi di hate speech su Clubhouse.

È GritDaily a raccontare come in una Stanza, in cui diversi imprenditori si confrontavano sul proprio lavoro e sulle prospettive del settore, all’improvviso uno tra gli ospiti, un potente «businessman bianco», abbia cominciato a monopolizzare la conversazione invitando i propri associati a fare lo stesso e fino a togliere completamente la possibilità di parola agli imprenditori neri presenti, che pure erano tra gli host originari della Stanza.

Molti addetti ai lavori concordano nel ritenere che Clubhouse si sia dimostrato un luogo davvero poco sicuro – e forse ancor meno inclusivo – proprio per soggetti appartenenti a gruppi come la Black Community o la comunità LGTBQI+, oltre che per le minoranze etnico-religiose e linguistiche.

Il Time ha dedicato un approfondimento a come Clubhouse si è trasformato in una sorta di campo minato per la community queer nigeriana. Nel Paese, che non è certo tra quelli che offrono più garanzie a coppie e individui non binari, un social fatto di Stanze tematiche e verticali in cui ciascuno può scegliere a propria totale discrezione di partecipare o non partecipare era stato accolto dalla community LGTBQI+ come la possibilità di far sentire più liberamente la propria voce e ritrovarsi un po’ meno soli nella lotta per la conquista dei propri diritti.

Ben presto però, spesso usando titoli ambigui e che inducevano i membri della stessa community a entrarvi, erano state aperte Stanze in cui speaker e partecipanti si dilungavano in attacchi contro identità di genere e orientamenti sessuali non binari. Qualche attivista queer nigeriano, raccontando alla stessa testata con delusione la propria esperienza su Clubhouse, ha parlato così del «solito» vecchio «bigottismo» semplicemente amplificato dall’ennesima piattaforma digitale.

Se l’odio su Clubhouse rispecchia stereotipi duri a morire anche nelle conversazioni offline

Guardare alla questione dell’hate speech su Clubhouse significa guardare a un frattale della più annosa questione dell’odio in Rete.

Con la sola differenza forse, come fa notare GritDaily, che parlare di linguaggio dell’odio su Clubhouse richiede di riflettere anche su quanto razzista, sessista o in altra misura discriminatoria possa rivelarsi buona parte delle conversazioni che quotidianamente ci impegnano online e offline, anche a nostra insaputa e senza che esplicitamente lo vogliamo.

Chi partecipa alle Stanze su Clubhouse può non accorgersi affatto di star dando come unico contributo alla discussione in atto una visione stereotipata e discriminatoria dei temi in questione. Come sottolinea Vanity Fair USA, ciò risulta tanto più critico – e potenzialmente pericoloso per la qualità del discorso pubblico – se si considera che fin qui a frequentare Clubhouse è stata perlopiù una élite di «powerful users» e cioè di innovatori, trend setter e influencer dotati di grande credibilità e capaci per questo di esercitare un certo potere di influenza sulle proprie community.

Su Clubhouse c’è un problema di odio per le donne?

L’hate speech su Clubhouse è esemplificato anche da offese e altre forme di abuso che hanno come vittime le donne. Il social, continua GritDaily, è pieno di stanze in cui a parlare di empowerment femminile e di sfide urgenti per le nuove imprenditrici donne sono speaker tutti rigorosamente uomini, che si contendono la parola e che con non poche remore la cedono alle poche ospiti donne, se e quando ci sono, in una plastica dimostrazione di mansplaining.

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Inoltre, alcune donne presenti su Clubhouse sono state vittime di attacchi ben più violenti e certamente più insidiosi negli effetti. In qualche occasione ci sono stati partecipanti uomini a Stanze con speaker solo donne o all’interno delle quali si affrontavano questioni di genere che hanno alzato la mano e a cui è stata concessa la parola prima che si scoprisse che il loro unico intento era quello di interrompere la conversazione e disturbare o offendere la relatrice di turno. Quasi sempre lo hanno fatto servendosi di frasi volgari o contenenti allusioni sessuali.

Su Mashable Italia è la blogger Marvi Santamaria a raccontare di essere stata vittima in prima persona di Clubhouse bombing – la versione di Clubhouse del fenomeno zoombombing , diventato frequente in riunioni, seminari, lezioni svolti completamente online e sulle piattaforme per le videocall – mentre stava discutendo in una Stanza con altri partecipanti di online dating e sessualità.


L’ultimo episodio citato aiuta a capire meglio perché l’hate speech su Clubhouse, come più in generale il linguaggio dell’odio in Rete, rischia di amplificare la spirale del silenzio attorno a certi temi o nei confronti di alcune voci.

Provando a ripercorrere le ragioni del successo dei social simili a Clubhouse, gli addetti ai lavori concordano nel ritenere che la possibilità di partecipare a conversazioni più informali, tra “pari” e che non richiedono a monte un attento lavoro di preparazione – anche perché, come già si accennava, non permanenti – sia un fattore, se non il fattore, cruciale che spinge le persone a partecipare alle Stanze su Clubhouse. In maniera speculare, però, il rischio di poter essere attaccate, offese o di non ottenere il giusto spazio di contraddittorio potrebbe spingere alcune categorie di utenti a evitare del tutto di prendere parte alla conversazione, di fatto rendendo il clima di queste piattaforme audio-first tutt’altro che inclusivo o rispettoso della diversità.

Per Clubhouse (e le altre piattaforme vocali) la vera sfida è ancora la moderazione dei contenuti

A favorire l’hate speech su Clubhouse sarebbero alcuni meccanismi tipici della stessa piattaforma. Per esempio, a parte il limite massimo di 5mila partecipanti in contemporanea alle Stanze (peraltro spesso aggirato con le trovate più diverse) non sono previsti particolari limiti riguardo a chi può prendere parte alle singole dirette audio. Anche l’host, per quanto possa scegliere chi far parlare tra gli utenti che hanno alzato la mano, non ha particolari strumenti a disposizione per bloccare hater e troll, non sul nascere e prima che possano interrompere la conversazione almeno.

Secondo Reuters, quello che rende non solo Clubhouse ma tutti i social basati su un’esperienza audio in diretta più vulnerabili al rischio linguaggio dell’odio è soprattutto una fisiologica maggiore difficoltà nel moderare i contenuti: se l’hate speech su Clubhouse è un problema presente, in un futuro abbastanza prossimo potrebbe esserlo il linguaggio dell’odio su Twitter Spaces o sulle Live Audio Rooms di Facebook e sulle numerose piattaforme audio-first di recente creazione. Potrebbe esserlo soprattutto perché da un lato gli algoritmi e i sistemi di machine learning che permettono di identificare automaticamente i contenuti controversi funzionano attualmente meglio sui contenuti di tipo testuale e, dall’altro, perché anche segnalare manualmente i contenuti che considerano per qualche ragione disturbante è per gli utenti più facile e immediato se si tratta di contenuti scritti o di contenuti grafici.

Anche il fatto che le dirette audio sono nella maggior parte dei casi delle dirette appunto e non vengono registrate – o eventualmente sono registrate per un periodo limitato di tempo (per esempio per 30 giorni come su Twitter Spaces) – fa sì che da parte di gestori e ospiti delle Stanze ci sia meno preoccupazione in materia di trasparenza e accountability. Molto più pragmaticamente, il fatto che sarà impossibile o comunque molto difficoltoso ritrovare i contenuti una volta “fuori” dall’orario di diretta potrebbe convincere, cioè, a usare toni irrispettosi o offensivi o a compiere altre forme di abusi e violazione delle regole delle piattaforme, nella ragionevole convinzione di restare impuniti.

Quali i possibili rimedi contro l’hate speech su Clubhouse e gli altri social audio-first

La risposta che Davison e Seth hanno sempre dato alle accuse di lassismo che sono state mosse loro dopo che sono venuti alla cronaca episodi di hate speech su Clubhouse come quelli a cui si è accennato in precedenza è stata che chi scarica e installa l’app accetta all’atto di iscrizione linee guida della community e termini di servizio che di fatto vietano qualsiasi forma di abuso o contenuto razzista o violento.

In un’ulteriore nota sul blog ufficiale i due fondatori hanno annunciato diverse nuove impostazioni contro il linguaggio dell’odio su Clubhouse, nella convinzione che

«il mondo non è fatto di una sola cultura e così non può essere neanche su Clubhouse. Idealmente l’esperienza è più simile a quella di una piazza cittadina dove persone di differenti background, religioni, idee politiche, orientamenti sessuali, generi, etnie e idee sul mondo si riuniscono per condividere le proprie idee, essere ascoltati e imparare».

Tra le nuove impostazioni ci saranno alcuni strumenti che renderanno più facile per i moderatori delle Stanze bloccare, silenziare o segnalare i partecipanti indesiderati, oltre eventualmente a chiudere immediatamente la Stanza. Una «training session», inoltre, dovrebbe aiutare i moderatori a svolgere meglio il proprio compito all’interno della piattaforma e un badge ufficiale servirà invece agli utenti nelle Stanze per riconoscerne i moderatori e farsi più velocemente un’idea dell’utente a cui rivolgersi in caso di bisogno. Ogni club, poi, proprio come i club “fisici” che hanno statuti e regole, potrà dotarsi di un proprio codice di comportamento con cui comunicare ai propri membri in tutta chiarezza che tipo di comportamenti saranno tollerati e quali no.

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