Sabato 17 Novembre 2018
MacroambienteFelicità sul lavoro: per i “nuovi” lavoratori conta più di aspetti retributivi

Felicità sul lavoro: per i "nuovi" lavoratori conta più di aspetti retributivi

Felicità sul lavoro: perché è importante e cosa significa per i lavoratori più giovani? I dati riferiti al 2018 e un manifesto.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
Felicità sul lavoro: per i

Solo la lingua danese ha una parola apposita: «arbejdsglaede». Significa letteralmente felicità sul lavoro e richiama molto più del semplice essere soddisfatti del proprio salario o dell’avanzamento della propria carriera. Non c’è niente di più complesso e di più totalizzante, del resto, del concetto stesso di felicità: ha a che vedere con il benessere olistico e a trecentosessanta gradi della persona, con la sua più piena e profonda soddisfazione in tutti i campi della vita (privata, lavorativa appunto, ecc.), con il raggiungimento degli obiettivi personali e ancora con il rispetto dei valori più profondi e costitutivi del singolo.

Professionisti, lavoratori e Paesi più felici

Non stupisce, così, che periodicamente spopolino classifiche che provano a incoronare il paese, le coppie – meglio se vip – o le professioni più felici, appunto. Ogni anno, per esempio, il World Happiness Report prova a offrire degli insight sulla felicità globale, concentrandosi su issue di volta in volta diverse. Nell’edizione 2017 un particolare focus è stato posto proprio sulla felicità sul lavoro. Tra i risultati più interessanti quello secondo cui professionisti, manager, esecutivi e altri colletti blu sarebbero tra i lavoratori meno felici e soddisfatti della propria vita, con praticamente nessuna differenza a livello geografico: chiamati a dare un voto da 1 a 10 alla qualità della propria esistenza la maggior parte le ha attributo 6, un punteggio da far riflettere se si pensa che chi svolge lavori fisicamente più impegnativi (contadini, pescatori, ecc.) avrebbe espresso a sua volta un voto medio di 4.5.

felicità sul lavoro world happiness report 2017

Lo stesso indice ha provato a indagare, comunque, quanto felici siano oggi i lavoratori indipendenti. I liberi professionisti sembrerebbero meno soddisfatti e felici della propria vita di quanto lo siano, invece, i lavoratori dipendenti; se si va a guardare più da vicino il dato, però, ci si accorge che ci sono differenze sia a livello regionale e geografico, sia a seconda dell’orizzonte temporale di riferimento: i lavoratori autonomi della maggior parte dei paesi occidentali, cioè, sono più felici della loro vita in generale, anche se vivono più stress e più preoccupazioni quotidiane dei loro colleghi dipendenti.

Il report non manca di notare, infine, quali siano i paesi con forza lavoro più felice: l’Austria guida la classifica, con il 95% della popolazione che si direbbe felice sul lavoro, seguita sul podio da Norvegia e Islanda.

La felicità sul lavoro in un mercato che cambia

Al di là dei numeri, quella della felicità sul lavoro sembra una issue prioritaria oggi di fronte a un mercato lavorativo in profonda trasformazione. Uno dei fattori che non si può certo ignorare è l’ormai forte penetrazione di lavoratori giovanissimi, appartenenti alla classe dei Millennial e a quella della Gen Z: le loro aspettative nei confronti del mondo del lavoro sono molto diverse da quelle dei padri o dei nonni; hanno persino obiettivi di carriera differenti; non concepiscono il lavoro come fine a se stesso e sono, soprattutto, sempre meno disposti ad anteporlo ad aspetti che hanno a che vedere con la vita privata e, cioè, danno un peso sempre maggiore alla cosiddetta work life balance.

Per quest’ultima ragione, per esempio, amano lo smart working: lavorare in remoto, da casa o dalla località esotica di un viaggio, aiuta a bilanciare meglio appunto lavoro e tempo libero (per il 79% del campione di una ricerca di IGW sul lavoro agile) e, in questo modo, contribuisce tra l’altro ad aumentare la soddisfazione rispetto alla propria vita professionale (su questo si è detto d’accordo il 71% del campione della stessa ricerca), cosa che a sua volta (secondo l’88% dello stesso campione) aiuterebbe l’impresa o il business a restare competitivo.

Meno veniali di quanto si sia disposti a immaginare, comunque, i lavoratori più giovani non sembrano tenere conto solo degli aspetti economico-finanziari quando si tratta di scegliere dove o con chi lavorare: la felicità sul lavoro, insomma, per questi nuovi professionisti non la fa né il salario, né gli eventuali benefit aggiuntivi; la fanno, piuttosto, un ambiente stimolante e la possibilità di crescita personale per esempio, una certa concordanza tra i propri valori di riferimento e quelli dell’azienda o, ancora, la possibilità di raggiungere obiettivi aziendali mentre si prova a raggiungere obiettivi personali e, più in generale, la possibilità di esprimere pienamente se stessi.

Per fortuna, i cambiamenti nel mercato del lavoro a cui si accennava non sono solo organizzativi, ma hanno impatto anche sulla cultura aziendale, cambiando per esempio l’approccio e l’importanza riservata dal management a temi come la soddisfazione e il benessere dei dipendenti. In molte aziende hanno preso piede, così, piani di welfare aziendale che, dalla salute alla crescita professionale e personale e passando per il tempo per coltivare hobby e creatività, sembrano mettere al centro dipendenti e collaboratori in primis come persone.

Numerose evidenze, del resto, mettono in correlazione la felicità sul lavoro con performance complessivamente migliori anche dal punto di vista finanziario e chi sta più in alto nei livelli manageriali deve avere ormai ben chiaro che la retention dei propri lavoratori, quando non addirittura la capacità di attrarre i migliori professionisti e i migliori talenti, dipende oggi in gran parte anche dalla capacità che ha l’azienda di assicurare felicità ai suoi dipendenti.

Chi è e cosa fa in azienda il manager della felicità

Ci sono tante piccole azioni a costo zero (o quasi) che possono rendere migliore l’ambiente lavorativo e, quindi, contribuire alla felicità sul lavoro dei propri collaboratori. C’è chi ha sottolineato, per esempio, come anche una corretta organizzazione degli spazi o il giusto vicino di scrivania possano contribuire a rendere migliore la vita in ufficio e qualcuno si è spinto più in là nell’ipotizzare che persino il cibo giusto abbia a che fare con il senso di soddisfazione generale del lavoratore, del resto i pasti sono da sempre anche momenti conviviali e, consideratane la popolarità, è indispensabile oggi una maggiore sensibilità verso filosofie alimentari alternative.

La via da percorrere sembra segnata comunque da grandi brand come Ikea o Lego e, più in generale, dalla cultura aziendale d’oltreoceano. È qui che è nata, infatti, una nuova figura professionale: quella dello chief happiness officer (CHO). Non c’è da sorprendersi se quello che è stato ribattezzato subito come il manager della felicità sia nato in un paese come l’America appunto, forse il più noto nel dare tutela costituzionale al diritto alla felicità. Che ruolo concreto ha nella routine aziendale e di che skill non può fare a meno? Uno chief happiness officer si occupa principalmente del benessere delle persone sul posto di lavoro, per questo le sue task quotidiane possono essere delle più varie: può lavorare con gruppi più o meno ampi di dipendenti per migliorare lo spirito di squadra, organizzare momenti formativi o di coaching oppure occuparsi di consulenze personali e, ancora, può organizzare eventi che migliorino il clima in ufficio e, al bisogno, se l’azienda sta attraversando un momento di crisi, intervenire per risollevare umore e performance dei dipendenti. Quanto alle qualità che uno CHO non può non avere ci sono empatia, capacità di immedesimazione, ma anche un certo carisma e la capacità di ispirare le persone, oltre che una certa familiarità con il problem solving e una (ovvia) predisposizione per i rapporti umani.

Un manifesto per la felicità sul lavoro

Iniziative come queste, comunque, non devono distrarre: sebbene possano aiutare a raggiungere l’obiettivo, infatti, la felicità sul lavoro va conquistata in prima persona, dal singolo professionista. C’è in questo senso una pratica che potrebbe essere una cartina al tornasole della propria soddisfazione e della propria felicità in ambito lavorativo: quanto si parla della propria carriera su social network sia generalisti, sia specializzati come LinkedIn. Molti professionisti usano i profili social per aggiornare la loro fantomatica audience riguardo ai successi ottenuti, per fare personal branding, quando non addirittura per mettere in cattiva luce i competitor. Esperti come Riccardo Scandellari si chiedono, però, se davvero “I professionisti felici lo dicono sui social?”: che persino questa narrazione, continua, delle proprie vicende professionali sia tra quelle bugie che si è disposti a inventare per far apparire più patinata la propria vita sui social? Il dubbio è legittimo e rientra, comunque, nel solco di un rapporto problematico tra social network e lavoro.

La vera felicità sul lavoro si misura in un altro modo. Nell’essere riusciti a far combaciare obiettivi professionali e obiettivi personali per esempio, ancor più se questi stessi obiettivi nel frattempo sono stati raggiunti. Anche aver vinto quello stress da workaholic è un buon passo per avvicinarsi a essere felici a lavoro. Da Woohoo Inc., comunque, hanno stilato “The Happy at Work Manifesto” che aiuta il lavoratore, qualunque lavoratore, a diventare il lavoratore felice che merita di essere. È un manifesto a venticinque punti: i primi, fondamentali, ribadiscono che si può essere felici a lavoro, ma che la felicità a lavoro è una scelta e una responsabilità da assumersi personalmente; quelli a seguire elencano una serie di tip pratici – da come gestire al meglio il proprio monte ore lavorativo all’accettare che possano esserci giornate no, passando per il saper ottimizzare le risorse a disposizione – che, pur nella convinzione che non si è davanti a una scienza esatta, dovrebbero poter rendere contagiosa la felicità sul lavoro.

 

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