Lunedì 26 Ottobre 2020
MacroambienteDalla caccia agli infetti sui gruppi locali alle offese ai “covidioti”: l’online shaming durante la pandemia

Dalla caccia agli infetti sui gruppi locali alle offese ai "covidioti": l'online shaming durante la pandemia

Parte del tempo in più che durante il lockdown abbiamo passato connessi è stato un tempo dedicato a scovare sui gruppi Facebook di quartiere i nomi degli infetti, in violazione di qualsiasi norma sulla privacy, o a offendere il capro espiatorio di turno: dati e analisi segnano un aumento di hate speech e online shaming durante la pandemia.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Dalla caccia agli infetti sui gruppi locali alle offese ai

In casa in quarantena abbiamo trascorso molto più tempo connessi, ma il dubbio è che soprattutto il tempo trascorso sui social sia stato un tempo «tossico» – così lo definisce uno studio di Light sull’online shaming durante la pandemia – e non solo per esserci imbattuti in una grande quantità di fake news sul coronavirus o persino in numerosi rischi informatici collegati all’emergenza sanitaria, ma soprattutto perché in questi mesi sembra essere andata in scena negli ambienti digitali una vera e propria caccia agli untori di medievale memoria. Tanto che, sembra suggerire The Guardian, dopo ” infodemia “, c’è una nuova espressione che dovrebbe entrare di diritto nel vocabolario post-coronavirus: “pandemic shaming“.

Così durante l’emergenza sanitaria abbiamo trasformato i social in una gogna (che non ha risparmiato nessuno)

Non sono mancati commenti al vetriolo sotto ai post di chi, soprattutto nelle settimane di serrata totale, si immortalava in attività lecite ma non essenziali o, almeno, non considerate tali dal tribunale dei social: una su tutte, l’allenamento all’aria aperta di jogger della domenica e «cinghialoni con la tuta alla zuava» come li ha ribattezzati il presidente della Regione Campania. Così come non sono mancate offese e ingiurie nei confronti di chiunque appartenesse alla bolla di pensiero opposta alla propria quanto a gestione della pandemia o, ancora, i thread infiniti, polemici, di flame sull’ordinanza del giorno. Per non parlare delle prove fotografiche di assembramenti all’uscita da scuola o nei luoghi della movida circolate in ogni angolo della Rete con buona pace della privacy delle persone coinvolte, spesso minori. Costretti a rinunciare a parte delle nostre libertà in vista di un bene superiore da difendere, non ci saremmo infatti limitati a puntare il dito su chi esplicitamente violava le misure anti-contagio, né a trovare capri espiatori di volta in volta nuovi per il peggioramento della situazione pandemica. Abbiamo piuttosto sfruttato alcune caratteristiche degli ambienti digitali – trasparenza, orizzontalità, accessibilità, ecc. – per una moderna caccia all’untore che non ha niente a che vedere con lo sforzo compiuto dai governi, anche tramite apposite app, per il tracciamento del contagio. Chiedere a gran voce che vengano condivise sui gruppi WhatsApp di classe o sul gruppo Facebook del proprio quartiere black list di positivi al tampone c’entra poco o niente, infatti, con il bisogno concreto di tutela della salute e richiede piuttosto di sacrificare privacy e dati sensibili sull’altare del pettegolezzo che si fa, appunto, offesa e non di rado ostracismo.

È The New Yorker a raccontare le storie di alcune vittime dell’online shaming durante la pandemia. Tra queste, quella di due sorelle vietnamite risultate positive al coronavirus nei primi di marzo 2020, dopo essere state in giro per l’Europa in occasione delle fashion week. Una di loro, rientrata in volo a Hanoi quando non sapeva ancora di essere infetta, è stata oggetto di una vera e propria inquisizione social, in parte generata da un certo lassismo del governo locale quanto a privacy e riservatezza dati sensibili degli ammalati: non ha solo invitato, infatti, gli abitanti del quartiere della ragazza a non uscire, ma ha rivolto a tutta la cittadinanza l’invito a guardare una conferenza stampa dedicata al caso zero di Hanoi e pubblicato su uno dei giornali locali più letti una foto della paziente in ospedale senza avere cura di oscurarne almeno il volto. Il risultato è stato che i profili social, soprattutto quello Instagram, della ragazza sono stati presi di mira; qualcuno ha ripescato vecchie foto che la immortalavano – con la sorella, tra l’altro, almeno quando è arrivata conferma anche della sua positività – in diverse località turistiche e le ha ricondivise senza badare alla data di pubblicazione o spacciandole per recenti, insinuando così un atteggiamento poco responsabile in tempo di pandemia e dando via a una serie di commenti dai toni poco diplomatici e dal contenuto offensivo. Se la conseguenza più grave è stata per la ragazza dover cambiare privacy ai propri post e ai propri account social, c’è chi per essere stato trattato come un untore sui social dopo la notizia di positività al tampone è arrivato al suicidio: è quello che ha fatto un ginecologo polacco – la sua storia è raccontata da molte testate diverse da The New Yorker – dopo essere stato letteralmente bombardato su Facebook di commenti offensivi della sua persona e lesivi della sua stessa professionalità, commenti che insinuavano per esempio un atteggiamento lassista dello stesso medico davanti ai primi sintomi o irresponsabile nei confronti delle pazienti visitate in quei giorni.

Di storie simili di online shaming durante la pandemia se ne potrebbero raccontare numerose altre. Business Insider, per esempio, partendo dal caso di Arielle Charnas, una lifestyle influencer entrata in polemica con la sua community per come stava affrontando la conferma di positività al tampone, si è soffermato sugli episodi di offese, commenti odiosi o violanti gli standard di comunità – in una sola espressione, sugli episodi di online harassment – che hanno avuto protagonisti in questi mesi influencer e content creator professionisti.

Per personaggi famosi in Rete come questi non è certo una novità trovarsi al centro delle polemiche: che fosse per una bottiglia in edizione limitata di acqua Evian, per un messaggio di solidarietà alla famiglia di Willy Duarte o per un servizio su Vanity Fair in cui era fotografata come una moderna Madonna, Chiara Ferragni per esempio non ha mai fatto mistero di essere costantemente bersaglio di hater e troll. Come lei, altri big influencer e influencer più piccoli e della porta accanto si sono trovati in questi mesi di pandemia al centro di infinite e spietate polemiche, sia che avessero deciso di sospendere qualsiasi collaborazione con i brand e sia che invece non avessero voluto alterare il proprio piano di pubblicazione di contenuti sponsorizzati, sia che provassero a ispirare e motivare le proprie community e sia invece che provassero a sensibilizzare su temi che più direttamente avevano a che vedere con la gestione dell’emergenza sanitaria.

Online shaming durante la pandemia: come e perché è aumentato

Non è niente di davvero diverso da quanto successo a molti utenti comuni vittime di offese, abusi e odio online. È stato oltremodo facile essere presi di mira e diventare lo zimbello dei social nei mesi di pandemia, continua ancora The New Yorker, in diversi casi: professandosi a favore di confinamento e uso delle mascherine; negando in maniera assoluta l’efficacia delle misure anti contagio; mostrandosi vicini a posizioni complottiste e negazioniste; provando a smentire fake news e leggende metropolitane sul COVID-19. La pandemia, insomma, sembra aver mostrato come funzionano davvero i social e quali sono le dinamiche più autentiche dentro agli ambienti digitali: le opinioni si polarizzano con estrema facilità e con estrema facilità si livellano su un trend, una tendenza del momento. Tra quelle espressioni che dovrebbero entrare di diritto nel vocabolario pandemico c’è così, per esempio, “covidiot“: è ancora The Guardian a spiegare come solo qualche giorno dopo l’inserimento del termine tra i neologismi dello Urban Dictionary l’hashtag #covidiot sia diventato un trend su Twitter, raccogliendo oltre 3mila tweet. Avere a disposizione molto più tempo libero da trascorrere sui social a insultare gli idioti del covid – questo il significato letterale del termine – o a battibeccare con gli utenti potrebbe essere stata la vera ragione dell’incremento dell’online shaming durante la pandemia.

Minori, stranieri, politici, personaggi pubblici: le principali vittime dello shaming da pandemia

È stato Light, come si accennava all’inizio, a provare a misurare l’online toxicity durante l’emergenza coronavirus, registrando un aumento di hate speech in questi mesi anche negli ambienti – come le chat, i servizi di messaggistica istantanea o le piattaforme per il gaming – frequentati da minori e adolescenti (rispettivamente del +70% e +40%). Gruppi di interesse e osservatori specializzati in diritti umani hanno sottolineato, poi, come hate speech e online harassment abbiano avuto durante la pandemia come vittime predilette le popolazioni asiatiche e in particolare quella cinese: su Twitter commenti offensivi verso la Cina e i suoi abitanti sarebbero aumentati del 900%, ancora secondo Light, e non sono mancati siti e pagine web che hanno portato avanti in questi mesi una vera e propria campagna diffamatoria contro il Paese. Il rischio è che tra gli effetti a lungo termine della pandemia possa esserci una generalizzata e più forte xenofobia, tanto che persino le Nazioni Unite sono intervenute con un vademecum per contenere l’hate speech durante il COVID-19. Queste linee guida si rivolgono tanto a media e professionisti dell’informazione quanto a singoli utenti e inevitabilmente a politici e personaggi istituzionali e a big tech. I primi sono spesso vittime di commenti al vetriolo e hate speech durante le campagne elettorali, ma in questi mesi hanno spesso sfruttato i propri account – e la propria visibilità – sui social per cavalcare o fomentare le polemiche, quando non addirittura per blastare gli utenti che chiedevano più trasparenza sulla gestione dell’emergenza o persino per esporre alla pubblica gogna chi non rispettava le misure anti contagio: il fenomeno pop del presidente della Regione Campania, a cui già si accennava, si è nutrito durante l’emergenza coronavirus anche e soprattutto di questo.

Quanto alle big tech, anche l’aumento dell’online shaming durante la pandemia ha confermato la necessità che fossero loro, in prima persona, a incentivare buone pratiche presso i propri utenti: è per questo che, in questo mesi, si è cominciato a parlare tanto di nuovo di nudging . Qualche segnale forte non è mancato: Twitter ha bloccato gli utenti che auguravano la morte a Trump, per esempio, dopo la notizia sulla positività al tampone del presidente e della first lady e non è stata, peraltro, l’unica azione intrapresa dal team di Dorsey per assicurare ai propri utenti un ambiente – e un tempo trascorso al suo interno – di qualità anche durante mesi così caotici come questi per l’infosfera.

Provare ad arginare la “schadenfreude” (letteralmente “gioia nell’assistere alla sofferenza altrui“, termine diventato, secondo il dizionario Merriam-Webster, uno dei più ricercati online dopo la notizia della positività di Trump al coronavirus) e lo shaming che stavano colpendo il presidente repubblicano sono costate comunque non poche polemiche alla stessa piattaforma dei cinguettii. Ripetutamente, dall’inizio dell’emergenza sanitaria, Trump ha assunto pubblicamente posizioni controverse rispetto al coronavirus e ai sui effetti clinici, sociali ed economici; qualche volta ha consapevolmente diffuso fake news a riguardo – la BBC, non a caso, ha incoronato Trump tra i maggiori hoaxer da pandemia e prima Twitter e poi Facebook hanno segnalato dei post del presidente repubblicano – e, per questo, in qualche modo «merita» ora, se non la malattia, almeno la gogna pubblica, il pubblico sfottò: sono questi alcuni degli argomenti dei detrattori di Twitter e della sua decisione di bloccare i cinguettii che chiedevano la morte di Trump.

A guardare bene, del resto, tutta la questione dell’online shaming durante la pandemia è una questione di meriti. I super untori che hanno portato in giro il coronavirus perché continuavano a condurre una vita lavorativa e sociale normale nonostante sintomi chiaramente riconducibili alla malattia meritano di veder violata drasticamente e ripetutamente la propria privacy – è questa una delle convinzioni degli hater da pandemia – per il pericolo pubblico che hanno generato. In questo senso il “pandemic shaming“, per tornare al neologismo di The Guardian, potrebbe avere persino l’utilità di un deterrente: la paura di finire alla gogna social potrebbe evitare, cioè, comportamenti azzardati e convincere – o aiutare a convincere, almeno – qualcuno al rispetto delle regole. È solo un’ipotesi e, all’interno dello stesso articolo di The Guardian, un esperto di psicologia avrebbe sottolineato anche che in molte situazioni diverse sentirsi oggetto di biasimo porta l’individuo in una posizione difensiva e, se possibile, a radicarsi, a estremizzarsi nelle sue credenze, nelle sue opinioni. In un periodo come questo di distanza e isolamento fisico, il tutto potrebbe essere ancora più accentuato. Tanto più che c’è almeno un’altra possibile spiegazione possibile – a parte il voyerismo, sempre tipico degli ambienti digitali e l’altrettanto tipica facilità con cui si trovano capri espiatori sui social –secondo gli psicologi per l’online shaming durante la pandemia: in un momento complesso da interpretare e in cui è quasi impossibile dare spiegazione a molte cose, avere il potere di controllare gli altri, le loro azioni e come le loro azioni si riflettono su noi e poterle etichettare come giuste o, soprattutto, come sbagliate può per molti versi essere rassicurante.

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